La seconda ondata – inevitabile – certamente non sarà come la prima perché non ci coglierà di sorpresa e impreparati

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Sul SARS-CoV-2, ormai dal mese di giugno, sono iniziate a circolare informazioni del tutto inesatte e confondenti, quali quelle che fosse meno aggressivo, che la sua carica virale si fosse attenuata, che in estate le elevate temperature lo stessero indebolendo, ecc. Purtroppo, è fin troppo evidente che, nei Paesi tropicali e in America centrale sono nel pieno dell’epidemia e, quindi, tali affermazioni non hanno fondamento.

L’impennata dei contagi da Covid-19 degli ultimi periodi fa temere un autunno “caldo”, con prospettive non rosee e criticità contingenti, dalla strategia per la riapertura delle scuole in sicurezza al tracciamento e trattamento dei casi.

Il virus è sempre lo stesso e la seconda ondata – che ritengo inevitabile – va considerata, in realtà, la prosecuzione della prima, in verità mai finita. Il SARS-CoV-2, dopo avere necessariamente rallentato per effetto del lockdown, sta ritornando a circolare a livelli preoccupanti e, se la percezione collettiva è di un virus meno aggressivo, che causa malattie meno gravi e un numero di morti inferiore, è soltanto da attribuire all’abbassamento dell’età media delle persone contagiate, per cui in molti casi le manifestazioni sono limitate, con molti pazienti paucisintomatici ed infetti asintomatici che, però, sono contagiosi e diffondono ampiamente il Coronavirus.

Nella stagione estiva, com’era del resto prevedibile dopo che era trascorso un lungo periodo di tre mesi in lockdown, la popolazione ha provato il bisogno di ritornare alla normalità, le persone hanno sentito l’esigenza di tornare alle loro abitudini ed alla vita di sempre.

Poiché si era verificato un effettivo calo dei contagi – dovuto esclusivamente al lockdown dei mesi precedenti –  si è ingenerata la falsa convinzione che il virus fosse quasi scomparso, riducendo grandemente – se non azzerando – ogni timore e, di conseguenza, provocando una scarsa aderenza alle norme di prevenzione e di distanziamento sociale ancora in vigore, dall’uso delle mascherine, all’evitare assembramenti, all’igiene delle mani: tali misure, pur semplici e abbastanza facilmente adottabili, hanno funzionato e continuano a funzionare efficacemente dal punto di vista sanitario. Inoltre, all’abbassamento dell’attenzione e dell’osservanza delle misure di prevenzione si è aggiunto il contestuale “allargamento delle maglie”, vale a dire la riapertura dei confini, la possibilità di viaggiare, ecc..

Ritengo che, dopo il lockdown, sarebbe dovuta finire la fase del terrore, non quella della paura, perché quest’ultima aiuta a stare all’erta, a non abbassare la guardia, spinge ad essere prudenti e a proteggersi: in sintesi la paura salva la vita.

Si avvicina la riapertura delle scuole: riaprirle per poi chiuderle sarebbe catastrofico per le famiglie, così come un nuovo lockdown significherebbe il tracollo economico e sociale per il nostro Paese: dobbiamo necessariamente fare in modo di non arrivarci.

Come? Innanzitutto un ruolo importante lo giocherà il ricorso sistematico e massiccio alla vaccinazione antinfluenzale; è indispensabile vaccinare a tappeto non solo le persone anziane e con patologie che le inseriscono nelle categorie c.d. a rischio, perché ciò aiuterà nella formulazione di una diagnosi differenziale fra i potenziali casi di Covid-19 e quelli d’influenza stagionale, permettendo di non ripiombare nel terrore e nel caos, anche se questo è solo una delle tessere del mosaico.

La seconda ondata certamente non sarà come la prima perché non ci coglierà di sorpresa e impreparati: la prima fase dell’epidemia ci ha insegnato molto, sia dal punto di vista del tracciare, sia del testare, sia del trattare (la famosa triade delle “tre T”). Le Aziende Sanitarie territoriali (ASL) saranno in prima linea per tutti e tre gli aspetti, perché si è constatato come sia importante gestire la situazione sul territorio piuttosto che, in prima istanza, negli ospedali che, da soli, non possono fronteggiare la situazione.

Per quanto riguarda i casi da ospedalizzare, peraltro, adesso abbiamo migliori e conoscenze e sappiamo – almeno parzialmente – come trattare i pazienti e quali farmaci utilizzare, in attesa – ovviamente – e nella speranza che possa essere messo a punto in tempi ragionevolmente brevi, un vaccino sicuro ed efficace. Le premesse ci sono, le prime sperimentazioni sono abbastanza promettenti da permetterci di essere fiduciosi.

Circa due anni fa, nel 2018, avevo ipotizzato una pandemia negli anni a venire: tale eventualità, purtroppo, si è verificata, ma la reale portata di quanto stava accadendo non è stata riconosciuta tempestivamente. Non si tratta di essere degli indovini o di possedere arti divinatorie: ogni infettivologo, esattamente come me, sa che con le condizioni attuali di globalizzazione e di facilità dei trasporti e di circolazione delle merci, delle persone e degli animali, i fattori predisponenti per una pandemia sono costantemente presenti, quindi si tratta quindi di accettare e di contemplare la possibilità che ciò, prima o poi, si verifichi.

Nelle prime fasi dell’epidemia, durante il mese di gennaio, non c’è stato il coraggio di ammettere che ci trovavamo già nel mezzo di una pandemia e che bisognava agire subito e di conseguenza: ma siccome abbiamo imparato, non ricalcheremo le stesse orme.

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