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L’IA nelle corsie ospedaliere rischia di scardinare il sistema | L’analisi di Carlo Bottari

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In una recente intervista Claudio Borghi, Ordinario di Medicina Interna nell’Ateneo bolognese, ha manifestato le sue perplessità in ordine all’utilizzazione dell’intelligenza artificiale nelle corsie degli ospedali, precisando che: “la tecnologia, se serve a ottimizzare i processi e a salvare vite, è la benvenuta. In medicina, l’intelligenza artificiale ha un potenziale enorme. Ma il punto non è mai “se” la tecnologia sia buona, ma chi ne detiene il controllo e come vengono gestiti i dati”.

Opportunamente, Claudio Borghi ci ricorda che “se i dati sanitari dei cittadini italiani finiscono nei server di tre o quattro multinazionali americane o cinesi per addestrare i loro modelli, noi stiamo cedendo la nostra sovranità biologica. La diagnosi assistita dall’IA non deve diventare un “black box” inaccessibile. Dobbiamo pretendere che gli algoritmi siano trasparenti e, soprattutto, che l’infrastruttura sia europea, se non nazionale. Non possiamo dipendere da un tasto “off” deciso a Seattle o a Pechino per far funzionare i nostri ospedali.

Non vorrei – conclude – che in futuro il premio assicurativo o l’accesso a certe cure dipendessero dal fatto che l’IA ha rilevato che hai mangiato troppi grassi o non hai fatto abbastanza passi. La salute è un diritto, non un punteggio di credito sociale”. Alle sacrosante considerazioni di Claudio Borghi, che condivido pienamente, vorrei aggiungere una mia personale riflessione che prende spunto da altri autorevoli interventi ascoltati in questi ultimi tempi.

Stiamo attenti che l’utilizzazione delle nuove tecnologie può rivelarsi, anziché elemento di coesione, pericoloso strumento di divisione. Occorre vigilare sull’uso responsabile di queste nuove tecnologie, che non intendo assolutamente demonizzare, ma inquadrare in un contesto più ampio e consapevole.

Ne abbiamo già numerosi esempi in altri sistemi sanitari: sappiamo che oggi negli Stati Uniti le strutture ospedaliere più all’avanguardia e considerate più eccellenti sono quelle che utilizzano a pieno l’intelligenza artificiale: ma perché se lo possono permettere, perché in una sanità a pagamento emerge chi ha più risorse (che vengono poi detratte dalle tasse) a disposizione, che sono in grado di mantenere un costante e costoso sistema di aggiornamento e ricambio di attrezzature che, inevitabilmente, sono destinate a diventare obsolete nel giro di pochi mesi. Sono in grado di inseguire e condividere il continuo sviluppo tecnologico anche in termini di risorse umane e di quotidiani interventi formativi.

Programmi televisivi trasmessi anche dalle nostre reti nazionali ci “svelano“come due o tre strutture, al massimo, tutte di proprietà privata, stanno ottenendo risultati “miracolosi“. Ma quali grandi capitali ci stanno dietro?

Ecco, non vorrei che questa utilizzazione di nuove e costose tecnologie finisse col rendere sempre più evidenti e incontrastabili le disparità di trattamento che già esistono nei nostri sistemi sanitari regionali, evidenziando cittadini di serie A Super, cittadini di Serie A, di Serie B se non di Serie C.

Il nostro encomiabile servizio sanitario nazionale, che egregiamente ha affrontato per primo in Europa l’uragano pandemico, da anni fatica a garantire medesime prestazioni sanitarie su tutto il territorio nazionale; realmente pensiamo che possa avere le risorse indispensabili per star dietro con la dovuta cura e attenzione all’introduzione delle nuove tecnologie? Le risorse (pubbliche) del PNRR tra qualche mese si esauriranno e non credo che verranno sostituite con altre in tempi brevi. E che dire a livello internazionale? Ci battiamo da anni per elevare le garanzie sanitarie in Paesi in via di sviluppo, lasceremmo andare alla deriva tutto il continente africano, e non soltanto.

Ritorno alle giuste riflessioni di Claudio Borghi: non facciamoci governare dalla tecnologia ma governiamola noi, nei limiti consentiti. Utilizzazione responsabile significa avere a cuore il benessere collettivo senza correre il rischio di scardinare un sistema che ha portato straordinari risultati in termini di aspettativa di vita e di miglioramento della qualità della vita.

Il progresso della Scienza ha consentito tutto questo e non per questo dobbiamo ostacolarlo. Ma debbono essere tutti a beneficiarne.

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