Il sasso nello stagno del vescovo Sorrentino: «Guai a chi pensa di ricominciare come prima»

Hic Rhodus, hic salta. Qui è Rodi, qui salta. L’esperienza della pandemia ha gettato in un attimo il cambiamento di epoca in corso nella turbina della crisi. Lo spartiacque è stato segnato.

Indietro non si torna: o si va avanti rinnovando il cammino o si termina qui. Lo è per tutti gli aspetti che concorrono a formare l’umanesimo moderno: l’economia, la cultura, l’arte, la scienza, la religione.

Tutti escono feriti da questa prova tuttora devastante. In tanti si auspicano la capacità di ripartire con il coraggio di fare cose valutate giuste e possibili ma finora non applicate. In questa stagione di ripartenza c’è una sola caratteristica richiesta a tutti gli aspetti del sapere e dell’agire umano: la qualità. La riuscita nella sfida globale dipende dalla qualità della proposta che prevarrà negli ambiti della ripresa. La qualità si misura anzitutto se si progetta un mondo migliore per tutti o per pochi.

Papa Francesco fin da marzo ha indicato la via per la riuscita considerando il Covid 19 da tragedia a “tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci”. Si spera nella capacità delle classi dirigenti di guidare la gente verso un nuovo umanesimo inclusivo, con una visione poliedrica, non soltanto settoriale. Nulla avrà l’esito sperato se qualcuno dei grandi cantieri della ricostruzione morale, sociale, economica, spirituale restasse ancorato al passato.

Gli Stati Generali voluti dal Governo per disegnare la quadra dei nuovi scenari economici, sociali, politici, amministrativi non era certamente il luogo indicato per una riflessione su dove vada la Chiesa cattolica in Italia, intorno a cui ruota tanta parte del volontariato e del Terzo Settore, singolare ricchezza  di un Paese per altri versi sempre diviso, frazionato, effervescente anche dopo l’unità.

Resta da fare gli italiani. Un obiettivo spesso fermo agli auspici dal momento che l’ambito scolastico, educativo, formativo delle nuove generazioni continua a essere così bistrattato, dimenticato, emarginato dalle cure politiche. Forse come per la sanità, ci vorrebbe un coronavirus educativo per convincersi  – spaventati dall’emergenza – di poter contare sulla normalità di un sistema scolastico educativo e formativo, inclusivo di ogni cittadino.

Nel panorama italiano, sotto la spinta di concretezza visionaria di papa Francesco, sta profilandosi un fenomeno nuovo: un imprevisto risveglio di un crescente numero di vescovi che di fronte alla crisi, impietosa perfino con l’esperienza cristiana, si pongono domande su come rinascere alla fedeltà evangelica per essere segni di speranza tra la gente.

L’Italia infatti, non se la passa tanto bene, ma neppure la Chiesa, incalzata in Italia a una purificazione della fede e del modo di viverla nella società secolare. Vescovi che cominciamo a elaborare pensieri nuovi, coraggiosi, che si accorgono del tesoro lasciato loro in eredità dal concilio Vaticano II per non rassegnarsi alla decadenza del tempo, traendo invece la forza dal futuro. Tutte le grandi promesse della fede cristiana hanno la radice nel futuro che solo può dare la forza di trasformare il presente, senza confonderle con la vacuità degli oroscopi e indovini.

E’ di grande importanza che ci siano vescovi che riconoscono la crisi della Chiesa senza addossarla ad altri. Se ciascuno non riconosce limiti alla propria azione sentendosi in dovere di criticare senza costruire, sarà difficile uscire dalla crisi e ricostruire il Paese. Non basteranno i tanti soldi e fondi europei per ricostruire il tessuto umano dell’Italia senza ritrovare la propria anima. Le tessitrici specializzate di questo ritrovamento sono le istanze religiose e le istituzioni educative.

Tra gli interventi che si vanno moltiplicando di vescovi attenti a uscire con nuova lena dalla crisi è interessante segnalare  il volume del vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino. Il suo libro La crisi come grazia. Per una nuova primavera della Chiesa (Edizioni Francescane Italiane, pagg. 226) è inconsueto per sincerità di autocritica ecclesiastica. Pregevole per esposizione piana e concisa di tematica teologiche, storiche e pastorali notoriamente complesse e discusse.

Chiaro nella sua collocazione dalla parte del concilio Vaticano II e della riforma portata avanti da papa Francesco. Di questo libro hanno discusso di recente il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e Andrea Riccardi, storico e fondatore della nota Comunità di sant’Egidio.

 “Nasce – ha detto Bassetti – da un lungo percorso di studio e di meditazione, maturato ad Assisi, alla splendida, luminosa ombra di San Francesco. Il libro viene da lontano anche perché la riflessione teologica incrocia il percorso bimillenario della Chiesa di Gesù Cristo che il Poverello ha tanto amato e a cui è rimasto sempre fedele. In questo denso volume si ragiona di come la Chiesa abbia camminato, di quale crisi abbia attraversato fin dai primordi e di quanto abbia potuto e possa ancora trasformarle in occasione per dialogare con il mondo attuale proiettando verso il futuro.

Il virus, la pandemia di cui stiamo ancora scontando gli effetti ha sconvolto su scala mondiale le nostre società, anche quelle che sembravano organizzate al massimo grado di efficienza, ponendole di fronte alla loro fragilità e costringendole, oltre alla soluzione dell’emergenza per arginare i danni e limitare il numero delle vittime, a un ripensamento complessivo di tanti stili di vita e parametri culturali. Anche la Chiesa si è trovata e si trova di fronte a una sfida che non è solo motivata dal virus. Per il cammino ecclesiale la crisi non è una novità, ma può essere una riscoperta”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Riccardi, ha spiegato che l’autore affronta la crisi come un uomo di fede quindi senza paura, ma anche con la sua preparazione e la sua impostazione di storico.

“Monsignor Sorrentino – ha detto Riccardi – ha il coraggio di parlare di crisi, ma per parlare di crisi bisogna leggere il nostro tempo. Credo – ha aggiunto – che il tempo del coronavirus non è solo il tempo della crisi, ma il tempo della rivelazione di quella crisi che ci portavamo dentro come società e come Chiesa. Leggere questa realtà ci dà la forza di riprendere il cammino con più coraggio”.

Parlando del tema dell’evangelizzazione ha spiegato che per monsignor Sorrentino evangelizzare vuol dire andare nel senso di una Chiesa di minoranza. “La Chiesa di minoranza che l’autore propone – ha detto Riccardi- è una Chiesa costruita come famiglia e non una Chiesa residuo di una maggioranza che sta larga nei suoi templi”.

“Non dobbiamo arrenderci alla psicologia del tramonto – ha aggiunto – anche se questa nostra uscita dal coronavirus è un’uscita stanca, non mossa da grandi idee. Penso che la sfida di questo tempo è quella di un nuovo entusiasmo creativo per il Vangelo che coinvolga tutti: presbiteri, laici, religiosi con una coscienza responsabile del momento. Credo che in questo momento dobbiamo dire guai a quelli che riaprono le porte e pensano di poter ricominciare come prima. Credo alla Chiesa europea. Credo che il cristianesimo in Europa assimilato da secoli, anche se oggi sembra secco, ha in sé la forza di una primavera che sarà rigeneratrice di un vivere ecclesiale, ma anche rigeneratrice dell’essere europei”.

Il vescovo Sorrentino parte e conclude ricordando la conversione di san Francesco davanti al Crocifisso di san Damiano. “Oggi – spiega – è venuto il tempo di un Francesco che richiama le Chiese, che le richiama a ripartire. Questo libro ha una vena ottimistica che parte dalla fede, ma con l’occhio dello storico. Vuole guardare la realtà in maniera cruda. Il senso di questo libro è un sasso nello stagno e dunque qualcosa che in qualche maniera, se il Signore vuole metterlo nel cuore di qualcuno, vuole costringere a pensare e forse anche ad agire”.Tempo di crisi per la Chiesa, senza rassegnazione al catastrofismo. Per ripartire insieme tutti, credenti e non credenti.

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