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Il ruolo del pubblico per sostenere l’economia. Ecco come possiamo uscire dalla crisi

In Italia il settore pubblico ha dimostrato una pressoché totale incapacità di gestire le imprese, in particolare quelle con un vero rapporto con il mercato libero. Gli esempi sarebbero molti, ma invece di compilare il consueto elenco di fallimenti, delusioni e disillusioni, credo sia più opportuno utilizzare queste pagine per fornire suggerimenti ed ipotizzare soluzioni concretizzabili.

Il sostegno dello Stato

Prima però di entrare nel merito delle soluzioni possibili a livello di sistema produttivo, è ancor più necessario oggi sottolineare l’importantissimo ruolo che lo Stato può svolgere a livello di recupero infrastrutturale, di opere pubbliche o di sostegno – e se possibile di incentivo – alla costruzione di opere pubbliche da parte di privati. Sono temi connessi ad altri tra gli stimoli suggeriti in questo contesto, ma certamente è fondamentale che l’attuale momento storico sia utilizzato per:

a) far immediatamente pagare i debiti che tutta la PA, in particolare gli enti appaltanti pubblici e collegati al pubblico, devono alle imprese di costruzione, agli impiantisti ed ai professionisti collegati a tali opere;

b) far immediatamente partire un piano di infrastrutture (sia manutenzioni che nuove costruzioni) che parta da ospedali, scuole e carceri e proceda con strade, ponti, porti ed aeroporti;

c) attivare tutti i possibili meccanismi di incentivo, anche fiscale, di project financing in modo tale che il privato possa essere attratto anche dalla costruzione di opere di utilizzo plurimo e con dei ritorni diluiti nel tempo.

Assodato che, dal mio punto di vista almeno, sarebbero sprecati fondi e sforzi specifici da dedicare a formule dirette ed indirette di “nazionalizzazione” di imprese industriali e che non vi sono soluzioni tecniche – se non le pietose formule di salvataggio già più volte sperimentate senza successo – va capito come aiutare le aziende italiane a competere in un mondo sempre più concorrenziale e nel quale anche in queste settimane stiamo soffrendo molto per la evidentissima scarsa considerazione che il governo ha ancora una volta dimostrato rispetto al nostro sistema produttivo.

Assenza di considerazione per il sistema produttivo

Siamo comunque il secondo paese manifatturiero d’Europa ed uno dei principali al mondo e traiamo, in particolare dall’export, notevoli risorse ed immensa credibilità, però almeno in apparenza ed anche con riferimento ai più recenti provvedimenti, evidenziamo un distacco eccessivo e profondamente sbagliato da parte dell’Esecutivo rispetto al settore industriale.

La prova delle prove dell’assenza di considerazione, in Italia, per il sistema produttivo è data dalla totale assenza di imprenditori nella task force per la ricostruzione appena nominata dal Governo. Evidentemente si vuole impostare la ricostruzione tramite il solo know how di professori e professionisti che, in larga parte, potrebbe non aver mai messo neanche un piede in un’azienda industriale.

Si può anche leggere tale assenza come risultato della scarsa attenzione degli imprenditori stessi ad una partecipazione attiva a tali consessi/momenti ed è in quest’ottica piuttosto significativo come, nei giorni scorsi, le Confindustrie di quattro regioni abbiano sentito l’esigenza di comunicare la loro posizione in merito alle riaperture degli stabilimenti nei loro territori indipendentemente da quanto evidentemente (non) deciso – o almeno non adeguatamente comunicato, neanche tra loro – a livello di Confindustria nazionale.

La diminuzione delle imposte sul reddito delle imprese

Di certo sono elementi che fanno riflettere. Il primo e principale provvedimento che a mio avviso andrebbe certamente nella direzione di aiutare le imprese non solo a svilupparsi ma possibilmente a crescere anche strategicamente ed a rafforzare il loro posizionamento competitivo, sarebbe quello di una temporanea ma sostanziosa diminuzione delle imposte sul reddito delle imprese stesse, innanzi tutto l’IRES.

Tale diminuzione, che suggerisco di portare al 10% del reddito imponibile per gli esercizi fiscali 2020 e 2021, innanzitutto consentirebbe alle imprese di avere un sostanzioso risparmio di esborsi in un periodo nel quale i ricavi stanno fortemente scendendo e scenderanno ancora per molti mesi, ma più che altro consentirebbe – a maggior ragione adesso che con l’adozione obbligatoria della fattura elettronica alcuni operatori stanno uscendo dal grigiore del sommerso – di inviare un messaggio molto forte a coloro che tuttora operano all’interno di settori e filiere ancora caratterizzati da fatturati non dichiarati, di avere la possibilità, con una tassazione minima, di uscire definitivamente da quel tunnel.

Dovrebbe infatti oggettivamente essere sempre più difficile evadere le tasse per operatori economici con un minimo di dimensione, per cui una simile misura potrebbe probabilmente avere grande efficacia. E tra l’altro dovrebbe anche evitare le tante, troppe emigrazioni di gruppi di maggiori dimensioni – e non – verso paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo.
Come già proposto in altre sedi una simile misura andrebbe portata al 5% per tutti gli operatori nel settore del turismo, che da un lato è stato certamente il più colpito dalla crisi in corso e dall’altra, con la sua estrema frammentazione e con le caratteristiche insite in tale attività, tende strutturalmente a favorire l’evasione.

La lotta all’evasione

In merito alla copertura della mancanza di gettito da tale imposta, stimabile in circa 20 miliardi in due anni, ma che assai probabilmente diventerà molto meno nel tempo – per cui in un quadro come l’attuale perfettamente gestibile – si dovrà primariamente far fronte con la lotta all’evasione, ormai resa assai più agevole dalla progressiva digitalizzazione.

Se poi fosse vero che il sommerso in Italia vale tra i 150 ed il 200 miliardi all’anno, un’attenta politica di monitoraggio potrebbe in pochi anni arrivare ad azzerare tale diminuzione di gettito ed in quest’ambito sarà sufficiente un intelligente uso delle modalità di erogazione dei fondi messi a disposizione delle imprese e degli operatori economici a valere sulla normativa connessa alla crisi in atto per ottenere risultati molto interessanti.

Ci sono infatti innumerevoli segnali che molti operatori del sommerso hanno “bisogno” di tali erogazioni e, a tal proposito, nell’ambito dell’organizzazione delle erogazioni previste, sarà necessario costruire un attentissimo sistema di “controllo” non solo contabile di tutti i nuovi fidi concessi, in particolare di quelle i cui importi sono legati al fatturato.

Maxi emissione di BTP

Invece, per la “copertura” più generale dello sforzo che il paese sta già facendo per fronteggiare la situazione è pertanto anche per la già citata parte relativa alle infrastrutture, oltre all’attivazione di tutti gli strumenti possibili a livello internazionale, si dovrebbe dare vita ad una maxi emissione, ad esempio di 100 miliardi – pertanto unica e molto corposa per dare la sensazione dell’”ora o mai più” – di BTP a 10/15/20 anni, ad un tasso fisso interessante per il mercato ma da studiarsi in funzione dei rendimenti delle emissioni dei giorni dell’emissione stessa, totalmente esentasse (cedole, eventuale capital gain in caso di cessione e per successioni e donazioni) ma di libera sottoscrizione e non – come da troppe parti a mio avviso erroneamente si invoca – forzosa.

Contestualmente a tale emissione si dovrebbe prevedere che tutti gli acquisti di azioni di società italiane quotate in borsa (oltre ovviamente agli investimenti indiretti tramite fondi specializzati, con focus specifico sugli investimenti in azioni ed obbligazioni in società italiane fino ad una determinata dimensione, che stabilirei in due miliardi di fatturato nel corso del 2019) da quel giorno, siano esenti per cinque anni da ogni tassazione – sia relativa a dividendi che a capital gain in caso di cessione, per qualunque sottoscrittore, in modo tale da favorire l’afflusso di fondi verso tali società per un periodo sufficientemente lungo, con pertanto particolare attenzione all’investimento diretto dei privati in attività dell’economia reale.

Ovviamente nello stesso quinquennio dovrebbero essere esentate da ogni capital gain tax le emissioni di nuove azioni e le cessioni sul mercato di società da quotare nonché tutte le cedole delle obbligazioni delle nuove emissioni di società quotate in borsa.

Per il 2020 – come già richiesto da molti, ma finora attuato in modo estremamente timido e limitativo, è poi necessario diluire nel tempo i versamenti di tutte le imposte e di tutti i contributi a carico delle imprese, iva compresa, fin verso la fine dell’anno, ad esempio a novembre, pertanto all’interno dello stesso esercizio per evitare di infrangere vincoli posti – o che potranno essere imposti – al nostro paese da autorità europee.

Rafforzamento dell’ACE e fusioni esentasse

Una seconda misura, questa volta con un impatto più strutturale e pertanto da prevedere per almeno dieci anni, va collegata da un lato alla estrema frammentazione del tessuto produttivo del paese, dall’altro alla endemica sotto capitalizzazione dello stesso.

Tale misura la concepirei in due diverse forme, tra loro a mio avviso complementari: il rafforzamento dell’ACE (Contributo alla Crescita), agevolazione che ha funzionato discretamente negli anni scorsi, ma più che altro una esenzione totale di ogni tipo di tassazione in caso di fusione, aggregazione o alleanza tra due imprese industriali, connessa con la possibilità di ammortizzare – con valenza fiscale – le differenze tra patrimoni netti e valori attribuiti nell’ambito delle operazioni effettuate.

Tra l’altro quest’ultimo suggerimento, se colto, aiuterebbe molto anche in ottica di trasparenza in merito all’emersione dei valori effettivi delle imprese, fatto sempre importantissimo per monitorare le effettive consistenze delle attività economiche. A maggior ragione in un paese con così tanto sommerso e con livelli di patrimonializzazione molto inferiori a quelli di paesi a noi assimilabili.

Diminuzione della burocrazia

Una terza misura non può che essere individuata nella diminuzione della burocrazia sia per la costituzione che per la gestione delle attività. In merito alla costituzione di qualunque tipo di società deve ad esempio essere assolutamente introdotta una modalità di avvio di nuova attività, specie se in forma societaria, tramite la sottoscrizione di un solo documento, come già in vigore in altri paesi.

Con l’invio di tale unico documento ad un ente, dovrà essere automatica l’iscrizione alla Camera di Commercio, all’IVA, all’Inps ed a tutti gli enti necessari per il regolare inizio dell’attività; ricevuto tale documento l’ufficio destinatario fornirà un codice valido a tutti gli effetti per il riconoscimento di tale nuova attività.

Una volta costituita la società, in tutte le forme che saranno consentite, dovrà essere semplificata la redazione dei bilanci, oggi diventato un mare magnum insostenibile tra denunce dei redditi, bilancio civilistico e, ad esempio, per le società quotate in borsa – cioè quelle che, in funzione della loro asserita trasparenza dovrebbero avere percorsi semplificati – un fardello ancora più pesante.

Le società a responsabilità limitata

La più grande assurdità in questo campo è da rinvenire nell’evoluzione recentissima per le società a responsabilità limitata che, a partire da certe dimensioni, devono non solo far revisionare i propri bilanci (con costi altissimi, vista la quantità di operazioni che il revisore – se serio – dovrà assolutamente dimostrare di avere effettuato), sottoporsi ad un regime contabile complicatissimo e, come se non bastasse, adesso con una responsabilità patrimoniale personale degli amministratori.

Quest’ultimo aspetto ha fatto diventare tali società non più a responsabilità limitata, ma il contrario. Pochi hanno sottolineato questo aspetto, ma da una parte è concettualmente gravissimo in quanto contrario allo spirito che il codice civile ha sempre concepito in merito a tale categoria di società e, dall’altro, sta già rappresentando un forte disincentivo a costituire società di capitali. Con conseguenze assai gravi in termini di futura trasparenza di una categoria di soggetti giuridici che dovrebbe essere enormemente “sponsorizzata”.

Moltissime altre forme di alleggerimento degli impatti della burocrazia sulle imprese sono ipotizzabili, ma non è certo questa la sede per approfondire ulteriormente tale tema. È evidente che quanto sopra dilaterà ulteriormente il debito pubblico italiano, ma la debolezza endemica dell’economia del paese in questa situazione e per qualche anno dovrà essere il driver principale ed imprescindibile su cui basarsi.

Concessione di linee di credito

Colgo l’occasione, sperando di non essere “fuori tema”, per fare un cenno al fatto che nel presente contesto, anche in numerosi altri interventi, anche pubblici, mi sono sempre schierato a favore della concessione di linee di credito alle imprese e non di concessione di risorse finanziarie a fondo perduto. Ciò è avvenuto – e ne sono pienamente convinto – non in quanto sia un fan del debito, anzi, come ben noto.

A parte le numerosissime dimostrazioni della incapacità degli imprenditori italiani di interpretare positivamente regali sotto le varie forme che comunque hanno potuto ottenere in passato, oggi i vincoli di bilancio degli stati da una parte, uniti al notevole risparmio privato esistente nel nostro paese e la già citata sottocapitalizzazione delle imprese dall’altra, devono spingere i soci di ogni impresa a far di tutto per incrementarne la patrimonializzazione.

A chi contrappone a tali argomentazioni la criticità dell’aspetto contabile dell’erosione del patrimonio che si avrà a fronte delle assai probabili prossime perdite va risposto che già, a livello anche internazionale, sono in corso revisioni dei criteri in funzione dell’emergenza, ma che comunque – sempre in ottica di politica industriale – quest’emergenza DEVE essere l’occasione per spingere in tutti i modi verso un rafforzamento strategico e strutturale dei parametri finanziari di ogni attività economica.

Un nuovo ruolo per le imprese italiane

Da sempre non faccio parte di chi trova troppo piccole le imprese italiane, del tanto criticato “nanismo”, in quanto penso di conoscere i valori aggiunti della flessibilità raggiungibile, tramite la dimensione, delle strutture familiari rispetto a corporation quasi sempre troppo burocratizzate, per cui vedo oggi più l’opportunità di dar vita ad un’era “delle alleanze” che non a perseguire strade di ingrandimento forzato come antidoto rispetto a possibili collassi. Anzi.

Peraltro il punto sopra suggerito di contribuire con aiuti fiscali alle operazioni di aggregazione ha ovviamente un risvolto di politica industriale in quanto i vantaggi di far unire aziende, magari giunte alla seconda o terza generazione e pertanto, come riscontrato in moltissimi casi, con significative perdite di forza propulsiva, sono evidenti. Per cui tale spunto dovrebbe essere colto da qualunque policy maker un minimo intelligente e più che altro visionario.

Maggiore utilizzo dei distretti e delle filiere

A prescindere dalle aggregazioni societarie, un eventuale nuovo modello di impresa dovrebbe passare attraverso un maggiore e migliore utilizzo dei distretti e delle filiere. Sarebbe pertanto molto utile trovare modi di responsabilizzare chi si trova al vertice di strutture settoriali e/o territoriali affinché aumenti la fornitura e la qualità dei servizi, in particolare sui seguenti tre temi: ricerca e sviluppo, digitalizzazione e commerciale estero.

Credo sia poco utile, in questa sede ed in questa fase, spiegare il motivo della scelta di tali temi tra i tanti che potrebbero far parte di specifici approfondimenti da valutare in pool tra più aziende; quel minimo di esperienza accumulata in oltre 40 anni di lavoro nelle imprese e per le imprese mi ha portato a selezionare le materie sopra elencate, ma è chiaro che, specie qualora i primi tentativi di confronto dessero dei risultati soddisfacenti, altri argomenti sarebbero da elaborare.

Ovviamente sarebbe assurdo approfondire in questa sede tematiche che, tra settori e territori, hanno valenze e tematiche non solo assai differenziate, ma anche incrociate tra loro, per cui l’attenzione principale qui, adesso, risiede più nella modalità e nello strumento, che nella specifica tecnicalità.

Il funzionamento delle associazioni territoriali e delle settoriali di Confindustria non può essere valutato in senso globale, per cui credo che la cosa più intelligente, facile e rapida sia quella di indire dei referendum tra gli associati sia a livello di territorio che di comparto merceologico – ovviamente a livello di singola entità – per sottoporre il quesito in merito alla ricerca del miglior possibile interprete delle esigenze della categoria.

Le alternative che possono essere offerte, da valutare caso per caso, sono Camere di Commercio, società specializzate, entità di settore/comparto/filiera, dipartimenti di università o altri istituti specializzati, od anche altre. Una volta terminato il referendum e chiarito quale possa essere il miglior interlocutore si deve immediatamente stabilire un tavolo con i 5 maggiori imprenditori – a scelta delle singole strutture se tra fatturato e numero degli addetti – per conferire l’incarico di studiare la modalità più consona a rispondere alle esigenze relativamente ai tre temi di cui sopra.

Conoscendo le imprese e più che altro gli individualismi tipici dell’imprenditoria italiana è possibile che vengano suggeriti molti altri temi o che vengano proposti interlocutori diversi sui singoli temi; sarebbe opportuno evitarlo e dare pertanto una disciplina chiara ed una omogeneità di obiettivi.

I tavoli permanenti tra imprese

Una volta dato vita ad entità in grado di comprendere e per quanto possibile interpretare tali esigenze, dovranno essere costituiti dei “tavoli” permanenti tra le imprese interessate, che a questo proposito dovranno contribuire anche economicamente sia alla prioritizzazione che allo svolgimento dei compiti assunti in ognuno dei casi, con incontri costanti, almeno a cadenza mensile, tra gli interessati, in modo tale da dare una evidenza praticamente permanente di quanto man mano compreso e reso fattibile, con carotaggi anche settimanali dei risultati e dei suggerimenti.

A livello delle tre principali categorie di tematiche è infatti in tal modo possibile evitare che ogni singola impresa si sobbarchi l’onere di investimenti su materie che certamente possono avere sia valenze che soluzioni comuni, che possano avvicinare singole aziende in un “fare sistema” senza necessariamente aggregarsi o fondersi societariamente, con il massimo rispetto delle individualità di ogni impresa e con la possibilità per ogni singola impresa di declinare le soluzioni specifiche al proprio specifico modello o peculiare esigenza, in tal modo evitando – almeno per un tempo iniziale – di dare vita ad operazioni che comunque si sono rivelate poco affini alle mentalità degli imprenditori del nostro Paese.

La crisi in atto al momento ha infatti ancor più fortemente evidenziato la necessità di risparmiare sui costi e di minimizzare se possibile gli investimenti. Però la stessa necessità di riuscire ad operare con la massima efficacia con lo smart working, di razionalizzare le fabbriche nell’ottica del distanziamento e di riuscire a penetrare clientele lontane anche fisicamente si impone con ancor maggiore evidenza.

Cosa di meglio di riuscire da una parte a “spalmare” tali costi su più aziende con le medesime esigenze ed anche trovare il modo di unire proattivamente le forze? Questi parrebbero obiettivi condivisibili ed, in merito alla connessa modalità di attuazione, ci possono essere numerosi percorsi; quanto suggerito ci pare abbia il giusto livello di rispetto delle singole aziende, ma consenta di ottimizzare molte delle esigenze comuni.

Il trade off tra sostegno economico e tematiche politico-sociali

Si sta molto dibattendo in questi giorni, segnatamente nell’ambito delle discussioni in merito alle riaperture degli stabilimenti produttivi, se assumere dei rischi e far ripartire le aziende o se aspettare dei segnali chiari, definitivi ed inequivocabili in merito alla fine della pandemia.

Il mio parere è che tali segnali non arriveranno neanche una volta che saranno resi disponibili i vaccini specifici, per cui tale attesa sarebbe infinita. È infatti ormai evidente a chiunque abbia un minimo di seria e non demagogica capacità di analisi dei fenomeni che con questo virus si dovrà comunque convivere molto tempo.

Il dibattito negli USA

Chiarito quanto sopra e senza voler approfondire nulla in merito alla definitività di tali segnali, prenderei quanto oggetto di dibattito negli USA come punto di partenza per uno spunto minimamente accettabile. Negli USA infatti si sostiene da più parti che le vittime del Covid-19 nel 2020 potranno ragionevolmente essere circa 100.000, mentre i decessi per fame nel caso di fermata delle fabbriche, degli uffici e dei negozi per due o tre mesi potrebbero essere ben superiori al milione.

Sappiamo tutti che la disoccupazione in Usa in pochi giorni è salita con una velocità mai osservata nella storia del mondo, facendo arrivare le richieste di disoccupazione ad oltre 10 milioni, che i soli dipendenti del settore retail attualmente non al lavoro siano più di 50 milioni e che pertanto l’impatto di una chiusura prolungata, specie in nazioni che hanno sistemi di welfare molto leggeri, sarebbe veramente devastante.

In questo specifico momento i decessi per Coronavirus – nel mondo – sono meno di 100.000 ed in quasi tutti paesi più colpiti il ritmo di crescita sta calando, spesso in modo deciso. È peraltro al momento assodato che, ad oggi, in tutti i casi di recrudescenza dell’incremento dei contagi, i dati negativi di fasi successive alla prima sono di gran lunga inferiori.

Per cui anche l’”ecatombe” da “futuri focolai”, preconizzata dagli assertori delle non aperture è al momento seccamente smentita dai fatti. La mia assunzione è pertanto che il danno presumibile da un prolungato blocco dell’economia possa essere molto ma molto più disastroso di quello che – almeno ad oggi – si è visto a causa del Coronavirus.

Le misure di sicurezza nelle imprese

Sulla base di tale assunzione non va comunque in nessun caso consentita, in Italia, nessuna riapertura di aziende senza le necessarie tutele, cioè: massima e costante sanificazione dei luoghi, controllo delle temperature agli accessi, distanza minima obbligatoria sul luogo di lavoro, mascherine e guanti per tutti.

Queste misure andranno poi mantenute fino al tempo necessario per avere certezza dell’effetto dei vaccini, ma più che altro dovrà essere messo in atto in ogni azienda un protocollo che impedisca a chi abbia dei sintomi in qualsiasi modo assimilabili a quello del virus, di recarsi al lavoro. Così come ad esterni, clienti od altro, di entrare in luoghi di lavoro se non con tali cautele. Anche in questo campo persone ben più esperte di me possono elaborare meglio le soluzioni.

Il trade off

Tornando invece al tema di base, cioè al trade off, va sottolineato come in Italia, dall’ultima settimana di marzo, secondo un sondaggio SWG, la paura della perdita del posto di lavoro ha di gran lunga superato quella per il contagio e, a parte i sondaggi, sono rimaste solo alcune sparute frange di sindacalisti a non ammettere che il pericolo maggiore di contagio ormai va ricercato più nella vita extra lavorativa che sul luogo di lavoro; addirittura negli ultimi giorni c’è chi sostiene che molti dei contagi avvengano in casa.

Il ricordo degli effetti della crisi del 2008/9 è ancora vivissimo, ma è ancor più forte la consapevolezza che la crisi in atto è certamente più grave, più profonda e con incertezze ancora superiori, per cui la voglia di tornare quanto prima a lavorare è un fattore indiscutibile e diffusissimo.

Peraltro per chi, come me, vive in diretta le problematiche delle aziende ed in particolare in questi periodi è ancor più in contatto con i lavoratori, non può sottacere le centinaia di sollecitazioni (l’aggregato delle società partecipate dal Gruppo Tamburi Investment Partners conta circa 100.000 dipendenti) ricevute per tornare sul proprio posto di lavoro, anche come fatto dignità personale, di desiderio di evitare quanto più possibile la cassa integrazione, i suoi limiti e vincoli e, non ultimo, per contribuire fattivamente ad una ripresa che tutti sanno quanto sarà problematica e lunga.

Il numero di decessi, in Italia, al di sotto dei 67 anni (dato per stabilire una chiara linea di demarcazione per l’età lavorativa dei lavoratori dipendenti) è per fortuna al momento assai limitato, di certo assimilabile a quello di una fortissima influenza, ma non di più. Mentre la perdita del posto colpirà proprio le persone in età lavorativa. Per cui, anche dal punto di vista strettamente anagrafico, non ha senso mettere troppo a rischio la futura vita dei lavoratori sull’altare di un livello di protezione che non potrà mai essere assoluto.

Non mi dilungo sui più che certi impatti sociali, terribilmente negativi e probabilmente devastanti, che si avrebbero in caso di non rapidissima riapertura delle fabbriche.

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