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Il Pnrr si è arenato e sarà molto difficile disincagliarlo | L’analisi di Angelo De Mattia

Intervento dell’economista Angelo De Mattia

È cruciale superare l’impasse, rilevante o no che sia, il quale rallenta l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (a volte, più noto come Recovery Plan).

Non vi è trattazione di argomenti economici o finanziari, ma anche istituzionali, che non rilevi l’essenzialità di tale realizzazione.

Ma a questo fine, al punto in cui siamo, sarebbe auspicabile che si verifichi, su basi trasparenti e sulla certezza dei problemi incombenti, una convergenza di tutte le forze politiche, considerato l’interesse nazionale connesso con quella che, con un’orrenda espressione che ha preso rapidamente piede, viene denominata la “messa a terra” del Piano e che sarebbe bene, invece, definire l’attuazione dello stesso.

A tal fine dovrebbe essere superato l’atteggiamento nella maggioranza del guardare indietro per le vere o presunte responsabilità politiche che avrebbero generato l’attuale impasse, a maggior ragione se poi per questa individuazione si salta il governo Draghi – come se non fosse mai esistito – e ci si concentra sul Conte 2, su quello che verosimilmente appare l’antagonista meno forte.

Naturalmente la reazione di chi si vede attaccato consiste, del pari, nell’attribuzione di responsabilità, in questo caso al governo in carica, il quale, in quanto titolare delle decisioni che si potranno assumere sul Piano di concerto con la Commissione Ue, è evidentemente chiamato a dare le necessarie risposte.

Con un tale ping-pong, al di là di quel che si può pensare in un verso o in un altro dell’attuale esecutivo, non si riesce ad andare avanti con il Recovery Plan come invece si potrebbe con un ampio concorso di schieramenti.

Modifiche della governance del Piano sono state previste con il decreto ora all’esame del parlamento per la conversione.

Poiché è centrale il modo in cui si dà impulso e si governa la realizzazione di questo straordinario strumento, non sarebbe inutile una riflessione, qualora si ritenessero ancor più rilevanti gli scogli da superare, sulla realizzazione di un modulo organizzativo che si ispiri alla Tennessee Valley Authority voluta da Franklin Delano Roosevelt nel quadro del New Deal per l’attuazione di un notevole complesso di opere che interessavano una pluralità di Stati dell’America del Nord.

Un modulo che ora risponda del suo operato a governo e parlamento.

In ogni caso oggi da un lato vi è da rispondere alla Commissione Ue al fine di sbloccare la terza tranche di erogazioni di 19 miliardi sui tre progetti, il primo dei quali riguarda alcuni stadi, sui quali a Bruxelles sono sorti dei dubbi anche se – è giusto rilevarlo – soltanto adesso.

Questa comunque è la parte meno difficile da affrontare.

Dall’altro lato vi è il prosieguo del Piano e il rispetto dei tempi prescritti con il termine finale del 2026, mentre si ammette dallo stesso governo che per alcuni progetti sarà impossibile rispettare questa tempificazione.

La terapia che viene individuata, mentre alcune Regioni o Comuni chiedono che siano assegnati a loro i fondi che si pensa di non poter utilizzare, consisterebbe nel far passare una parte delle risorse del Recovery, che si dà per scontato non verrebbero utilizzate nei tempi stabiliti, ad altri previsti interventi comunitari: il RepowerEu, i fondi di coesione, i fondi strutturali.

Per queste misure sarebbe possibile un impiego oltre il 2026.

Naturalmente occorrerà conoscere quale sarà la posizione di Bruxelles sul dirottamento di risorse che dovrebbero obbedire a una logica d’impiego coordinato e unitario.

Poi sull’utilizzo dei fondi comunitari non abbiamo un’esaltante fama.

In ogni caso se si apre una sorta di negoziato con la Commissione per modifiche del Piano, quali che esse siano, è necessario che si tratti della prima e ultima trattativa.

L’Italia non potrà e non dovrà configurarsi come il Paese che ha bisogno di frequenti interventi in deroga da parte di Bruxelles per un Piano che fino a poco tempo fa era stato ritenuto propulsore di una svolta epocale, mentre ora si torna indietro e si arriva finanche a sostenere che l’Italia avrebbe dovuto rinunciare dall’inizio a una parte delle risorse.

Un fallimento sul Piano si riverbererebbe a vasto raggio sulla posizione dell’Italia.

Ecco perché qui si ribadisce l’esigenza di un ampio concorso di forze e l’adozione di un valido modulo organizzativo per salvare e rilanciare con efficienza ed efficacia l’impiego di questo eccezionale ammontare di risorse.

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