Federico Fubini sul Corriere della Sera parla di Pnrr e di partita da vincere: “Il rinvio di un mese per il versamento della terza rata da 19 miliardi di euro – scrive l’editorialista – non farà la differenza, nella storia del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia.
Tuttavia, se siamo onesti, non è questo oggi il principale problema del Pnrr.
Era chiaro dall’inizio che gran parte della spesa sarebbe arrivata a partire da quest’anno, perché prima andavano pensati e sviluppati i progetti, bandite le gare d’appalto, aperti i cantieri.
Almeno altri tre problemi oggi sono più urgenti, se l’Italia vuole sperare che il suo più grande programma d’investimenti dal dopoguerra non vada essenzialmente sprecato.
Il primo riguarda il merito di alcuni dei piani originari, quelli che il governo di Mario Draghi mandò a Bruxelles nella primavera del 2021.
Anche se ora lo si dimentica – osserva Fubini – quel progetto non nacque in condizioni normali.
Inevitabile dunque che alcune delle incoerenze di oggi riflettano la fretta di allora.
Dunque il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto ha ragione, quando dice che vuole tagliare alcuni piani e sostituirli con altri.
Il punto è attuare questo disegno in pratica e questo è il secondo problema: a quanto pare, la Commissione europea non avverte (ancora) molta concretezza da parte italiana nell’indicare nuove direzioni di marcia e nel farle vivere nella realtà.
Ma qui si innesta la terza questione su cui si gioca il futuro del Piano: come funziona e chi fa funzionare il cervello di questa macchina da (almeno) 191 miliardi di euro?
Nella pratica però questa struttura centrale per ora fatica ad assolvere alle funzioni necessarie.
Anche per questo servirebbe una struttura tecnica efficace al centro del sistema, per tenere al passo gli uffici decentrati come faceva il sottosegretario Roberto Garofoli sotto Draghi.
La partita non è persa, resta tutta da giocare.
Lo è soprattutto se si evitano dualismi e gelosie fra strutture dello Stato, che portano alcuni a tifare per il fallimento.
Ma – conclude – a perdere, in quel caso, saremmo tutti”.








