“Ritengo che il governo italiano debba approvare il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) in quanto –pur non essendo la scelta di politica fiscale ottimale (il cosiddetto first best) per far funzionare meglio un’unione monetaria come l’eurozona – esso costituisce comunque un ragionevole second best, cioè una seconda scelta più fattibile a motivo di vincoli politici non irrilevanti, di cui dirò tra poco”.
Lo sostiene l’economista Riccardo Puglisi.
“La teoria delle aree valutarie ottimali spiega in che modo la politica fiscale, cioè la manovra di tassazione, spesa pubblica e deficit, possa aiutare un’unione monetaria a gestire il fatto che le svalutazioni competitive delle vecchie monete sovrane (lira, franco, marco eccetera) non siano più utilizzabili, in quanto esse sono state sostituite dalla moneta unica. Al massimo la moneta unica –grazie all’intervento della banca centrale e a patto che ciò sia nel mandato della banca centrale stessa- può essere svalutata contro le altre monete per aiutare le esportazioni complessive in un momento di recessione, mentre la recessione del singolo paese non può essere resa meno gravosa dalla svalutazione della moneta nazionale, che ovviamente non c’è più” sostiene Puglisi in un editoriale sul quotidiano La Stampa.
“In che modo un’unione monetaria consolidata come gli USA gestisce questi “shock asimmetrici”, ovvero fenomeni di recessione che colpiscono una singola area del paese, ad esempio solo alcuni stati in cui è concentrata un settore industriale che va in crisi? Senza escludere aggiustamenti “di mercato”, cioè la riduzione di prezzi e salari nominali in quell’area per ridare competitività ai prodotti, oppure lo spostamento di fattori produttivi verso altri settori o altre parti della federazione, di fatto la soluzione di first best consiste nella presenza di un bilancio federale corposo, che in maniera sostanzialmente automatica aiuta le zone in crisi fornendo maggiore spesa pubblica –di solito maggiori sussidi di disoccupazione- e prelevando minori imposte –ad esempio sul reddito delle persone fisiche- a motivo del fatto che il reddito di quelle zone in crisi è sceso, e nel contempo è cresciuta la disoccupazione.
Dall’altro lato, le zone della federazione che economicamente vanno meglio finanziano questi trasferimenti alle zone in crisi in quanto simmetricamente richiedono meno sussidi di disoccupazione e pagano imposte più generose al livello centrale.
Questi “stabilizzatori automatici” sono esattamente la soluzione di first best su cui ragionavo sopra. Voi direte: “più facile a dirsi che a farsi”. Se lo fate, state probabilmente pensando ai vincoli politici che di fatto impediscono nel breve termine la costruzione di un bilancio federale dell’Unione Monetaria Europea di ampiezza comparabile a quello del livello federale USA, che vale una percentuale del PIL non lontana dal 20%. Mettiamo le cose in chiaro: con il PNRR (Next Generation EU) il bilancio dell’Unione Europea all’incirca raddoppia, dall’1% al 2% del PIL totale, e quindi restiamo comunque a un ordine di grandezza sotto rispetto agli USA.
Se tra vent’anni un bilancio federale vicino al 5% non è così terribilmente improbabile per l’Unione Europea, nel breve e medio termine un meccanismo come il MES, ovviamente finanziato dai contributi degli stati membri, costituisce un accettabile second best di carattere fiscale e assicurativo verso i paesi dell’eurozona che vanno in crisi, con particolare riferimento al risvolto finanziario della crisi stessa, cioè problemi relativi al bilancio pubblico e alla tenuta delle banche del paese.
Il punto cruciale -a mio parere mai sottolineato abbastanza nel dibattito pubblico- è che sia il first best di un bilancio federale corposo che un meccanismo specifico di second best come il MES hanno un carattere assicurativo, cioè si tratta di risorse accentrate al livello federale senza sapere ex ante chi si troverà in condizione di dover attingere alle risorse stesse (sperando banalmente che pochi o nessuno ne abbiano bisogno)” conclude l’economista.








