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[Il dossier] I poteri non scritti del Presidente della Repubblica e il sentimento del Paese

Ecco il focus realizzato dalla Comin & Partners


La Presidenza e il Presidente: ruolo, funzioni e modalità di elezione

Il vertice degli equilibri democratici. L’elezione del Presidente della Repubblica è un passaggio cruciale per l’equilibrio dei poteri costituzionali e della tenuta democratica dello Stato. La nomina di colui che sarà il volto dell’unità nazionale, arbitro e designatore della cornice istituzionale, rappresenta non solo l’apice della vita democratica e istituzionale del Paese, ma ha un peso considerevole in politica estera e nel quadro geopolitico internazionale.

Un punto fermo nei periodi di crisi. La Presidenza della Repubblica è il baricentro del sistema istituzionale italiano. Nella storia del nostro Paese, il Quirinale – con le sue strutture, considerate il cuore del deep state – ha sempre rappresentato un punto fermo, in particolar modo nei momenti di crisi che negli ultimi anni non sono mai mancati.

Un organo super partes. La Costituzione italiana inquadra il ruolo e i poteri del Capo dello Stato nella seconda parte, quella concernente l’ordinamento della Repubblica, nello specifico dall’articolo 83 all’articolo 90. La Costituente predispose la figura del Presidente come un organo super partes, inquadrato al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato, e ovviamente, al di sopra di tutte le componenti politiche.

Il simbolo dell’unità nazionale. La Presidenza della Repubblica è un organo monocratico che rappresenta l’unità nazionale. Eletto dal Parlamento in seduta comune con un mandato di durata settennale. Per volontà dei padri costituenti e al fine di evitare il rischio di cadere verso una nuova deriva autoritaria, la Costituzione non delinea precisamente i poteri del Quirinale, ma si limita ad una lista di funzioni, permettendo ampia libertà di movimento alla moral suasion del Capo dello Stato.

I poteri del Capo dello Stato. Si raggruppano in poteri di rappresentanza esterna; esercizio delle funzioni parlamentari; funzione legislativa e normativa; funzione esecutiva e di indirizzo politico; esercizio della giurisdizione. Tra le principali funzioni vi sono la nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, dei ministri; la promulgazione delle leggi approvate in Parlamento; l’emanazione di decreti legge e di decreti legislativi.

Lo scioglimento delle Camere. Il Presidente può decretare lo scioglimento delle Camere o di una sola di esse, salvo che non ci si trovi nei sei mesi antecedenti la fine del mandato presidenziale, il cosiddetto “semestre bianco”. Inoltre, il Capo dello Stato detiene il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di Difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere, e presiede il Consiglio superiore della Magistratura.

La “fisarmonica” del potere presidenziale. Le attività e il ruolo del Capo dello Stato, seppure ben delineati nella carta costituzionale, sono soggetti a una variabilità che ha dato luogo alla metafora della fisarmonica, per rappresentare la possibilità di ampliare e restringere il loro esercizio.

Un “magistrato di persuasione e influenza”: i poteri non scritti del Presidente. Oltre a quelli espressamente indicati nel dettato costituzionale ci sono anche elementi di influenza legati al ruolo del Capo dello Stato riassunti da Meuccio Ruini, presidente della Commissione che scrisse la Costituzione. Sono citati in un articolo di Sabino Cassese ne Il Colle d’Italia, lo speciale sull’elezione del Presidente del Corriere della Sera a cura di Venanzio Postiglione. Ruini spiegava che il Presidente non è un “evanescente personaggio”, né un “maestro di cerimonie”. È invece un “grande consigliere”, un “magistrato di persuasione e influenza”, un “coordinatore di attività”, un “capo spirituale, più anche temporale della Repubblica”, con una “missione di equilibrio e coordinamento”.

I poteri non scritti sono legati al metodo e allo stile di ciascun presidente e alle circostanze. Cassese ricorda che, avendo il compito di assicurare la governabilità, a volte il Capo dello Stato deve giocare un ruolo interventista. Come è accaduto a Pertini, che ha dovuto affrontare ben otto crisi di Governo e sciogliere per due volte il Parlamento. A volte l’azione si esprime invece con un dialogo diretto fatto di messaggi personali, come è accaduto con Einaudi, che ha mandato ai ministri appunti, studi e lettere in cui “spiegava, emendava, suggeriva”.

L’elezione del Presidente. La nomina avviene ai sensi dell’articolo 83 della Costituzione, che prevede la convocazione, in seduta comune, dei membri del Parlamento (Senatori e Deputati) con l’aggiunta di tre delegati per ogni Regione, designati dai rispettivi consigli regionali. L’eccezione a questa regola è costituita dalla Valle d’Aosta, che esprime un solo delegato. Pertanto, il Presidente viene votato da una platea che conta 1009 grandi elettori: 6 senatori a vita, 945 parlamentari, 58 delegati regionali.

Il seggio d’elezione: Palazzo Montecitorio. Il luogo dove avviene la votazione è la Camera dei Deputati, dove alla nomina del Presidente si sentono i rintocchi della campana di piazza Montecitorio. A palazzo Montecitorio, i grandi elettori sono chiamati ad esprimere la propria preferenza scrivendo il nome del candidato prescelto su una scheda elettorale apposita, poi posta all’interno di un’urna, detta insalatiera. Il voto è segreto, e avviene all’interno di tipiche cabine tendate, chiamate “catafalchi”, introdotti per la prima volta durante l’elezione del 1992.

Lo scrutinio: da uno solo per Cossiga e Ciampi ai 23 di Giovanni Leone. Una volta che tutti (senatori a vita, senatori eletti, deputati e delegati regionali) hanno votato, si procede allo scrutinio. Per i primi tre scrutini è necessaria una maggioranza qualificata, ossia due terzi degli elettori (673), mentre dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta dei votanti (505). Nel caso in cui, entro i trenta giorni, non si riesca a determinare un vincitore, spetta al Presidente del Senato prenderne il posto fino alla designazione. Ad oggi, solo a Cossiga nel 1985 e a Ciampi nel 1999 è bastata un’unica votazione per essere eletti, mentre a Giovanni Leone, nel 1971, ne servirono ben 23.

I fattori che influenzano la valutazione del mandato presidenziale. Il politico Rino Formica ha sintetizzato in maniera molto efficace le variabili che incidono sulla valutazione del mandato di un Capo dello Stato. Secondo il più volte ministro socialista, citato da Marco Damilano – nel suo Il Presidente (La Nave di Teseo, 2021) – e da Francesco Cundari su Il Foglio, i fattori che determinano la reputazione del Presidente sarebbero tre. Innanzitutto il suo carisma, la capacità di riuscire ad entrare in sintonia con i cittadini e la società e infine il peso del cosiddetto “partito del Quirinale”, composto dalle strutture che accompagnano il Presidente nel suo mandato, dentro e fuori dal Palazzo.

I fattori che influenzano l’elezione: mercati, equilibri internazionali e notizie che scuotono il paese

Nel corso della storia italiana sono stati 12 i Presidenti della Repubblica eletti, considerando il doppio mandato di Giorgio Napolitano ed escludendo Enrico De Nicola (1946-1948). Ogni scrutinio è stato contraddistinto da eventi e contingenze, sia nazionali che internazionali, che ne hanno condizionato l’esito. Fra i principali fattori che hanno contribuito al fallimento o al successo delle elezioni presidenziali c’è stato innanzitutto l’equilibrio interno delle forze politiche, ma anche, in alcuni casi, il contesto sociale e politico nazionale o tragici episodi di cronaca.

Il grande elettore Covid. Mai come in questa tornata quirinalizia, oltre alle fisiologiche variabili politiche, si aggiungono variabili esterne che stanno già provocando effetti significativi. Prima fra tutte la variabile Coronavirus che impatterà per la prima volta sulle modalità di elezione oltre che su tutti i ragionamenti politici delle varie forze politiche. Per tale motivo il Presidente della Camera, coadiuvato dal collegio dei questori, ha previsto un assetto organizzativo che prevede regole inedite a causa della pandemia. Solo 200 parlamentari potranno accedere contemporaneamente in Aula a Montecitorio durante le votazioni per il Presidente della Repubblica. Per la votazione nell’Aula di Montecitorio saranno allestiti quattro “catafalchi”, gli stessi utilizzati solitamente per le votazioni segrete per schede, ma dotati di accorgimenti particolari anti contagio.

Il fattore esterno: mercati internazionali e Pnrr. Al Covid si aggiungono altri due fattori di primaria importanza che sono strettamente collegati tra loro: l’attenzione dei mercati finanziari sul voto – che si farà sentire sul numero degli scrutini – e l’esecuzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Entrambi avranno un impatto sia sulla figura del Presidente che verrà eletto sia sulle dinamiche del Governo (e dei partiti della maggioranza) e peseranno sui grandi elettori tramite il mantra della stabilità.

Le elezioni dei presidenti

Enrico De   Nicola:   il   primo   Capo   dello   Stato   repubblicano   firma   la   Costituzione

(1 gennaio 1948)

All’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia inizia il proprio percorso di ricostruzione. Le istituzioni, parimenti, riorganizzano il proprio assetto in virtù del referendum del 2 giugno 1946, dopo il quale viene proclamata ufficialmente la nascita della Repubblica. Enrico De Nicola, avvocato napoletano membro dell’Assemblea Costituente, viene eletto Capo provvisorio dello Stato il 28 giugno 1946 (al primo scrutinio con 396 voti su 501); presta giuramento il 1° luglio successivo. Dimessosi dalla carica, viene rieletto Capo provvisorio dello Stato il 26 giugno 1947 (al primo scrutinio con 405 voti su 523). A norma della prima disposizione transitoria della Costituzione, dal 1° gennaio 1948 ha assunto il titolo di Presidente della Repubblica.

Luigi Einaudi: L’esordio dei “franchi tiratori”

(12 maggio 1948)

Mentre la Repubblica Italiana procedeva lentamente verso la stabilizzazione, l’elezione di Luigi Einaudi si svolse in un periodo in cui la Guerra Fredda iniziava a dividere il mondo in schieramenti contrapposti. Einaudi divenne Presidente, al quarto scrutinio, dopo che la candidatura dell’allora Ministro degli Esteri Carlo Sforza, proposto da Alcide De Gasperi, venne ritirata a causa del voto dei “franchi tiratori”. La presenza di questi ultimi sarà una costante delle elezioni presidenziali a conferma dell’instabilità congenita del quadro politico italiano.

Giovanni Gronchi: il democristiano eletto con l’endorsement di De Gasperi

(11 maggio 1955)

Democristiano eletto al quarto scrutinio come il predecessore, Gronchi fu candidato da Alcide De Gasperi, dopo che il nome del primo candidato, l’allora Presidente del Senato Cesare Merzagora, apparve come divisivo all’interno delle correnti della Democrazia Cristiana. Durante il quarto scrutinio, il Presidente della Camera Gronchi proseguì la lettura dei nomi sulle schede fino alla fine, interrompendosi solo all’applauso del Parlamento quando raggiunse il quorum, che ne decretò l’elezione.

Antonio Segni: il sostegno di Moro e i voti dei conservatori

(11 maggio 1962)

Il mandato di Segni terminò nel 1964 prima della scadenza naturale a causa di un malore che colpì il Presidente causando un impedimento temporaneo. Nel periodo di transizione, la reggenza fu affidata all’allora Presidente del Senato Cesare Merzagora, come da dettato costituzionale. Segni, la cui candidatura fu avanzata da Aldo Moro, prevalse al nono scrutinio su Saragat grazie all’appoggio determinante dei voti del Movimento Sociale Italiano – MSI.

Giuseppe Saragat: il primo non democristiano eletto con il sostegno della sinistra

(29 dicembre 1964)

L’elezione di Saragat è stata – insieme a quella di Leone – tra le più sofferte della storia repubblicana e fu sintomatica delle tensioni politiche e sociali che avrebbero caratterizzato gli anni a seguire (dall’inizio delle contestazioni sessantottine al terrorismo politico). Saragat – già presidente dell’Assemblea Costituente – fu il primo Presidente non appartenente allo schieramento della Democrazia Cristiana. La sua candidatura fu avanzata dal Partito Socialdemocratico e dal Partito Socialista, facenti parte delle forze parlamentari di centrosinistra; è su questa linea che il mandato di Saragat si rivelò cruciale per l’unificazione delle forze socialiste che avvenne nell’ottobre del ‘66.

Giovanni Leone: l’elezione più lunga

(29 dicembre 1971)

Giovanni Leone, che aveva già espletato due mandati da Presidente del Consiglio e uno da Presidente della Camera, venne eletto al ventitreesimo scrutinio, in quella che è divenuta l’elezione presidenziale più lunga e combattuta della storia repubblicana. La sua presidenza fu caratterizzata da un clima sociale molto tumultuoso, che raggiunse il culmine con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (1978) L’opinione pubblica italiana lo condusse alle dimissioni, a seguito dello scandalo Lockheed e alla presunta e mai dimostrata vicinanza con l’estremismo politico di destra.

Sandro Pertini: il socialista eletto con i voti del PCI

(9 luglio 1978)

L’uccisione di Aldo Moro, unita al dilagare del terrorismo di matrice politica nel paese, restituivano un’immagine debole delle istituzioni, fino ad allora incapaci di contrastare la violenza in maniera efficace. Questo clima contribuì all’instaurazione della politica di solidarietà nazionale, facendo tornare in auge l’idea del compromesso storico tra la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista. Tra i candidati alle elezioni presidenziali del 1978, venne eletto Sandro Pertini, ex combattente della Resistenza, antifascista e più volte costretto al confino dal Regime, che fece registrare il numero di voti più alto fino ad allora mai registrato: 832 voti su 995 totali.

Francesco Cossiga: il più giovane presidente diventato “picconatore”

(3 luglio 1985)

Francesco Cossiga è stato il primo Presidente della Repubblica ad essere eletto al primo scrutinio, con 752 voti favorevoli. La sua presidenza ha visto succedersi eventi di portata storica, come la caduta del Muro di Berlino, la scoperta di “Gladio” e l’inizio dell’inchiesta “Mani Pulite”. Questi eventi lo hanno portato a cambiare radicalmente l’indirizzo del proprio mandato, diventando il “picconatore” del sistema politico della prima Repubblica. Cossiga rassegnò le proprie dimissioni anticipatamente rispetto alla fine del proprio mandato a causa della crisi del Pentapartito dopo le elezioni, il 25 aprile del 1992.

Oscar Luigi Scalfaro: la reazione alle stragi di mafia

(28 maggio 1992)

Le elezioni quirinalizie del 1992 sono segnate da alcuni eventi particolarmente rilevanti per il paese: l’avanzamento dell’inchiesta di Mani Pulite e la tragica strage di Capaci, in cui venne ucciso il magistrato antimafia Giovanni Falcone insieme a sua moglie e ai membri della sua scorta. In Parlamento, neanche l’alleanza tra Partito Socialista e Democrazia Cristiana riusciva ad esprimere un candidato da eleggere. Dopo la strage di Capaci, la dura invettiva contro la criminalità organizzata, pronunciata in aula dall’ ex magistrato Oscar Luigi Scalfaro, valse più di ogni altra indicazione di partito. Scalfaro venne così eletto Presidente, al sedicesimo scrutinio.

Carlo Azeglio Ciampi: un tecnico europeista al Quirinale

(18 maggio 1999)

Il nome di Carlo Azeglio Ciampi fu avanzato da una larga maggioranza di forze parlamentari, in particolare dall’allora Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema. Ciampi non era iscritto ad alcun partito, e la sua figura, data la popolarità di cui aveva goduto quando era stato Governatore della Banca d’Italia e Presidente del Consiglio, era considerata fondamentale per l’adozione della nuova valuta, l’Euro. Ciampi venne eletto – come Cossiga – al primo scrutinio, e durante la sua presidenza mirò a rinvigorire il patriottismo della popolazione ed il rispetto verso le istituzioni, sentimenti ancora deboli dopo lo scandalo generato dall’inchiesta “Mani Pulite” di inizio decennio. Uno degli atti più significativi, in tal senso, fu la reintroduzione della parata delle Forze Armate durante la Festa della Repubblica Italiana. Non mancò mai di mostrare il suo convinto appoggio all’Unione Europea, tanto da contribuire al progetto della Costituzione Europea proponendo la formulazione di regole nuove perché l’euro potesse avere un’appropriata cornice istituzionale.

Giorgio Napolitano: Il primo comunista Capo dello Stato

(15 maggio 2006)

L’elezione di Giorgio Napolitano avviene poco dopo l’insediamento del governo di Romano Prodi, appartenente allo schieramento dei Democratici di Sinistra. Il terreno è quello – come sempre – di un aspro scontro politico: alle precedenti elezioni politiche, il centrodestra guidato da Berlusconi è risultato sconfitto con l’esigua differenza di 0,7 punti percentuali rispetto ai consensi della formazione di centrosinistra. Giorgio Napolitano, nominato senatore a vita l’anno prima, viene eletto al quarto scrutinio dalla maggioranza di centrosinistra: la Lega, infatti, voterà per il proprio leader Umberto Bossi, mentre le forze di centrodestra lasceranno le schede bianche.

Il secondo mandato di Napolitano, l’unico presidente rieletto

(20 aprile 2013)

Le elezioni politiche del 2013 restituiscono un quadro che determina l’ingovernabilità del sistema: la coalizione di centro sinistra guidata da Pier Luigi Bersani, la coalizione di centro destra guidata da Silvio Berlusconi e il nuovo partito anti-sistema, il Movimento 5 Stelle, dividono l’elettorato in tre parti. Il disorientamento delle forze politiche determina lo stallo durante le elezioni per il Presidente della Repubblica, non essendoci candidati su cui tutte le forze potrebbero convergere. I nomi di Romano Prodi e Franco Marini, nonostante abbiano un buon supporto, soccombono ai voti di 101 franchi tiratori. Anche il candidato del Movimento 5 Stelle, Stefano Rodotà, non convince le altre forze politiche. Al sesto scrutinio, Giorgio Napolitano viene rieletto con larga maggioranza, costituendo un unicum nella storia repubblicana. Napolitano non concluderà il suo mandato e si dimetterà nel 2015, dopo quasi un anno di insediamento del governo presieduto da Matteo Renzi.

Sergio Mattarella: Un nome di alto profilo per superare l’empasse

(3 febbraio 2015)

L’elezione di Sergio Mattarella viene considerata uno dei principali successi politici della leadership di Matteo Renzi, all’epoca anche segretario del Partito Democratico. Dopo aver formulato una rosa di candidati, in cui figura, oltre a Mattarella, anche Giuliano Amato, Renzi punta ad acquisire il consenso delle correnti interne del proprio partito. Successivamente, propone le candidature al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, con cui aveva siglato un’alleanza basata sul reciproco appoggio in Parlamento, nota come il “Patto del Nazareno”. Berlusconi propende per il nome di Amato ma Renzi decide infine di far ricadere la scelta finale sul nome di Mattarella, causando la rottura del Patto e perdendo il sostegno di Forza Italia. Potrà però contare sui voti dei partiti centristi e delle componenti parlamentari di sinistra, che consentiranno la vittoria di Mattarella al quarto scrutinio. Il presidente in carica, nel corso del suo mandato, ha visto susseguirsi tre crisi di Governo e, infine, la pandemia di COVID-19, che tuttora imperversa nel mondo e che sarà un’importante variabile nelle imminenti elezioni presidenziali.

Il dibattito sui media esteri

Da sempre il ruolo delle cancellerie e dei media internazionali ha avuto un’influenza sul dibattito per l’elezione del Presidente della Repubblica. Sebbene si sia affievolita dopo il crollo del muro di Berlino questa influenza permane e torna a farsi sentire alimentando la discussione nel nostro paese.

È accaduto ad esempio con gli articoli di The Economist, che ha riconosciuto l’Italia come il paese dell’anno 2021, elogiando l’operato di Mario Draghi e sottolineando come l’economia italiana si stia riprendendo meglio di quelle francesi e tedesche. Il settimanale inglese di informazione politico- economica ha però mostrato preoccupazione sul pericolo che questa situazione possa subire un’inversione nel caso in cui il premier Mario Draghi dovesse diventare Presidente della Repubblica. Un «incarico», secondo la testata, con «carattere più cerimoniale» che rischia di portare a Palazzo Chigi qualcuno di «meno competente». L’articolo non ha mancato di suscitare reazioni e polemiche nel panorama politico e dei media italiani.

Vediamo di seguito alcuni articoli che sintetizzano alcune delle più autorevoli posizioni in campo.

I timori degli investitori sull’eventuale crisi del Governo Draghi. Nell’ultimo anno l’Italia è tornata sul radar di molti investitori stranieri ma l’imminente voto presidenziale rischia fortemente di minacciare la stabilità garantita dai piani di riforma e dal sostegno parlamentare trasversale che contraddistingue il Governo Draghi. Secondo CNBC, i timori per la stabilità economica e politica dell’Italia riguarderebbero in particolare l’eventuale elezione al Colle dell’ex Presidente della BCE, l’unica persona ritenuta in grado di assicurare la stabilità italiana nel medio-lungo termine. Alla luce degli interessi divergenti tra i partiti in Parlamento e dei tempi necessari per la formazione di un nuovo Governo, il sentimento prevalente nei commenti degli analisti ed economisti riportati dalla testata americana è la preoccupazione che tale scenario ritardi l’attuazione del Recovery Fund e delle relative riforme.

Le liti nella coalizione di Governo e il duello tra Draghi e Berlusconi per il Colle. Secondo Frankfurter Allgemeine Zeitung il capitale politico del Governo Draghi è stato fortemente indebolito dalle crescenti tensioni interne alla coalizione di maggioranza. Draghi non appartiene infatti a nessun partito e non ha potere politico: il suo potere si basa solo sulla sua alta reputazione in Italia e in Europa e sul sostegno del presidente uscente Sergio Mattarella. Secondo la testata tedesca oltre a Draghi, che aspira alla Presidenza della Repubblica anche se non lo ha ancora dichiarato apertamente, l’altro candidato principale al momento è Silvio Berlusconi che sostiene di essere il solo Capo dello Stato che possa garantire la continuità della coalizione di Draghi e che ha fatto inoltre trapelare che Forza Italia lascerebbe l’attuale coalizione se l’attuale Premier dovesse diventare Presidente.

Le molte opzioni in gioco e l’appello per una Presidente donna. Una cartina di tornasole per la politica italiana: per il Paìs sarà questo il significato dell’elezione del nuovo Capo di Stato, che si trasforma sempre in “una battaglia politica a ritmo serrato in cui i leader politici cambiano idea alla velocità della luce”. Secondo il quotidiano di Madrid, oltre a quello dell’attuale primo ministro Mario Draghi e di Silvio Berlusconi – che ha già iniziato una campagna per attirare voti – i nomi ipotizzati sono molti. Recentemente, inoltre, ricorda il quotidiano spagnolo, diverse figure culturali, tra cui attrici e intellettuali, hanno lanciato un appello per eleggere per la prima volta una donna come Presidente.

Le ambizioni di Draghi e il timore di molti parlamentari di non essere rieletti. Secondo il Times Draghi mirerebbe a lasciare la sua coalizione di governo intatta e guidata da un Primo Ministro che lo sostituisca fino alle elezioni del 2023, garantendo così un altro anno prezioso di stabilità per la gestione del Pnrr, da più di 200 miliardi di euro. Le ambizioni del Primo Ministro italiano sono chiare e le elezioni a breve non inquietano solo lui ma anche molti parlamentari che, anche per la riduzione dei seggi, sanno che è improbabile che vengano rieletti e vorrebbero resistere fino al voto regolarmente programmato nel 2023.

Il possibile bis di Mattarella e il ritorno sulla scena di Berlusconi. Un ritorno all’instabilità politica qualora Mario Draghi lasciasse Palazzo Chigi, il “centro del potere italiano”, per il Quirinale. Questa è la previsione di Les Echos, che evidenzia i rischi della fine del Governo attuale, sottolineando la comunanza di pensiero di investitori, agenzie di rating e Matteo Salvini, il quale continua a esprimere pubblicamente il suo sostegno al Premier ritenendolo il baricentro dell’esecutivo. Se Draghi adesso non si espone più sulle elezioni presidenziali, dopo che le sue dichiarazioni di fine anno erano state percepite come una velata candidatura, viceversa è noto l’attivismo per essere eletto di Silvio Berlusconi, le cui telefonate e regali a tutti i parlamentari indecisi in vista delle votazioni sono trapelate sulla stampa. Un crescente gruppo trasversale di parlamentari, soprattutto nel M5S, spera che Mattarella sia disponibile a prolungare il suo mandato di almeno un anno. Questo permetterebbe una possibile transizione senza problemi con Mario Draghi nel 2023.

Il dibattito sulla rete

L’attenzione cresce anche sui social. Come sui media nazionali ed internazionali, anche sul web il dibattito attorno all’elezione del Presidente della Repubblica ha assunto una rilevanza via via crescente negli ultimi mesi. Le conversazioni social, in particolare, hanno coinvolto numerosi influencer della rete, alimentando ipotesi e suggestioni su chi succederà a Mattarella nei prossimi sette anni. Da un’analisi condotta attraverso il software di web listening Blogmeter, emerge come solo nell’ultimo mese (14 dicembre – 14 gennaio) le keyword “Quirinale” e “Presidente della Repubblica” siano apparse in:

  • oltre 112mila conversazioni online;
  • distribuite su 11 fonti differenti
  • con Facebook che copre da sola più del 65% dei post, mentre i siti di informazione sono al 12% e Twitter al 10%;
  • generando un engagement complessivo di 8,5 milioni di interazioni.

I picchi di conversazioni. L’analisi dei contenuti online consente anche di individuare gli eventi che hanno attirato maggiormente l’attenzione della rete nell’ultimo mese. In particolare, si evidenziano tre momenti nei quali le conversazioni si intensificano particolarmente.

La conferenza stampa di fine anno. Il primo si è verificato tra il 22 e il 23 dicembre, a seguito della conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio Draghi. La definizione di “nonno al servizio delle istituzioni” che l’ex Direttore della BCE ha dato di sé rispondendo alle domande dei giornalisti ha alimentato i commenti di molti utenti in rete. In gran parte delle quasi 5 mila conversazioni sul tema, l’interpretazione delle parole di Draghi è stata quella di un’apertura verso il Colle, dopo aver individuato un proprio sostituto in grado di guidare il Governo fino al 2023. Tra i contenuti con maggior engagement dopo la conferenza ci sono i tweet di Claudio Cerasa, Direttore de Il Foglio, secondo cui il Presidente del Consiglio avrebbe di fatto presentato la propria candidatura al Quirinale e del Direttore di Domani, Stefano Feltri, che ricostruisce le due principali opzioni a disposizione della maggioranza.

La convocazione del Parlamento per la prima votazione. Il secondo picco di conversazioni in rete nell’ultimo mese si è verificato il 4 gennaio, poco dopo la comunicazione da parte del Presidente della Camera, Roberto Fico, della convocazione del Parlamento in seduta comune proprio per l’elezione del futuro Presidente della Repubblica.

Una donna al Quirinale. Contestualmente, il dibattito sul Quirinale si è acceso anche a seguito della pubblicazione di un appello da parte di intellettuali e artiste come Dacia Maraini, Fiorella Mannoia, Michela Murgia e Serena Dandini, che hanno chiesto al Parlamento di “dare concretezza a quell’idea di parità di genere, così tanto condivisa e sostenuta dalle forze più democratiche e progressiste del nostro Paese. È arrivato il tempo di eleggere una donna”. Le parole della lettera hanno generato una grande mole di commenti anche sul web, come testimoniano i contenuti pubblicati dal profilo Instagram dell’ANSA e da un post Facebook del giornalista e scrittore Lorenzo Tosa.

Fra i contenuti più virali su Facebook, i post del Presidente della Camera Roberto Fico e del giornalista Lorenzo Tosa

Il silenzio di Draghi. Infine, il dibattito sul Colle si risveglia il 10 gennaio, ancora una volta in occasione di una conferenza del Presidente del Consiglio Draghi che ha incontrato i giornalisti per illustrare le recenti misure anti Covid adottate dal Governo. In questa occasione, però, Draghi ha deciso di non rispondere alle domande che riguardano un suo possibile trasferimento da Chigi al Quirinale. Ciononostante, la mole di conversazioni online che riguardano la corsa al Colle sfiora in poche ore quota 7mila contenuti. Anche la scelta di glissare sull’argomento diventa motivo di discussione e confronto, in particolare per chi crede che dietro il silenzio di Draghi si celi proprio la volontà di rimanere in corsa, come raccontano il Domani su Twitter e il manifesto online.

Le parole chiave più utilizzate in rete. L’analisi del dibattito che si è sviluppato in rete sul tema del Quirinale è interessante soprattutto se declinata rispetto ai termini più usati dagli utenti quando si parla del prossimo Presidente della Repubblica. La word cloud, infatti, è utile ad individuare i trend al centro delle conversazioni degli utenti, offrendo spunti di riflessione sui protagonisti della corsa.

Oltre 10mila conversazioni online per il discorso di fine anno di Mattarella. Se riguardo al primo profilo, quello di Mario Draghi, si è già notata una forte attenzione sul web in corrispondenza delle uscite pubbliche dell’ultimo periodo, il dibattito che ha coinvolto il Presidente Mattarella, si è accentuato soprattutto in occasione del tradizionale messaggio di auguri del 31 dicembre, quando i contenuti online che lo hanno menzionato sono stati più di 10mila.

Il sentiment degli utenti nel dibattito web. Infine, è interessante dare uno sguardo al dato relativo al sentiment delle conversazioni. Si tratta dell’analisi delle emozioni degli utenti su un determinato tema, condotta attraverso metodi di linguistica computazionale e analisi testuale. Nel nostro caso, i post che contengono le keyword “Quirinale” e “Presidente della Repubblica” mostrano un sentiment neutro o positivo nel 53% dei casi. Le conversazioni con connotazione negativa, invece, sono principalmente riferite alle polemiche tra i partiti e si concentrano nei commenti ai contenuti pubblicati da politici sui propri canali social.

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