Gli italiani investono poco dei loro risparmi nel capitale di rischio a sostegno delle imprese più innovative.
La conseguenza è che il paese è “caratterizzano per un livello relativamente basso di innovazione”.
Un problema che non riguarda solo la penisola ma tutta l’Europa.
Lo afferma il vice direttore generale della Banca d’Italia, Paolo Angelini, nell’indirizzo di saluto al convegno ‘La riforma della disciplina della gestione collettiva del risparmio’.
“L’Unione europea e l’Italia si caratterizzano per un livello relativamente basso di innovazione, uno dei principali motori della crescita della produttività” – dichiara il vice dg.
“La Commissione europea parla a questo proposito di un vero e proprio ‘deficit di innovazione’. Le cause di questa situazione sono molteplici” – spiega Angelini.
“Il deficit di innovazione non è certamente dovuto a mancanza di risparmio: ogni anno circa 300 miliardi di euro di risparmi degli europei vengono investiti in mercati al di fuori dell’Ue”.
La mancanza di investimenti “è in parte dovuta alla struttura del sistema finanziario europeo, dove storicamente si osserva una preminenza del settore bancario e un peso relativamente ridotto di investitori istituzionali come le compagnie di assicurazione e i fondi pensione” – osserva il vice direttore generale.
“Per varie ben note ragioni le banche non hanno un vantaggio comparato nel finanziamento dell’innovazione”.
“Anche tra gli investitori istituzionali, che invece dovrebbero avere gli incentivi e le competenze per privilegiare investimenti a lungo termine, illiquidi e ad alto rischio quali quelli necessari per finanziare l’innovazione, si registra in Europa un ridotto appetito per questa tipologia di progetti” – spiega Angelini.
“È uno dei motivi per cui i fondi di venture capital e di private equity, gli intermediari più orientati a finanziare l’innovazione e la crescita delle imprese, sono relativamente sottosviluppati.
In Italia, il settore si colloca al di sotto della media europea sia per numero sia per dimensione degli operatori”.
Il maggiore attivismo dei governi “si è associato in Europa a una crescita del settore”.
L’evidenza disponibile, sia a livello internazionale sia per vari paesi europei nell’ultimo decennio, mostra che “gli investimenti pubblici sono cruciali per l’espansione del venute capital: il governo può fungere da investitore di riferimento per segnalare fiducia e attrarre capitali privati” – afferma il vice direttore generale.
In Italia “un importante ruolo propulsivo viene svolto dalla Cassa depositi e prestiti, spesso in partenariato con investitori privati (un esempio di questi giorni è il lancio del Fondo nazionale strategico indiretto)”.
Nel lungo periodo, l’educazione finanziaria “può rendere le famiglie più consapevoli” delle opportunità legate agli investimenti in innovazione.
“È dunque importante che la riforma del Tuf ‘riconosca esplicitamente il suo ruolo per la tutela degli investitori’”.
La riforma del testo unico della finanza, per la parte che concerne il risparmio gestito, “non implica mutamenti radicali in un settore che nel complesso non presenta particolari vulnerabilità, ma introduce numerose importanti novità”.








