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Il calcio dei comuni, quale ruolo nella ripartenza?

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Il calcio vive da sempre sotto i riflettori. È lo sport più popolare e seguito al mondo e anche per questo più soggetto a tensioni. È una sorta di osservato speciale, dal quale ci si aspettano risposte per reagire ad una delle più grandi crisi degli ultimi decenni. Nella nostra mente sono freschi i ricordi degli stadi gremiti, del tifo assordante, delle gesta in campo di eroi acclamati dal pubblico e dalla critica, ricordi che hanno dovuto lasciare spazio ad una realtà ben diversa.

L’Italia del pallone non conta unicamente le grandi squadre d’élite. Accanto a queste, lungo lo stivale d’Italia, corrono decine di squadre che fino a poco tempo fa riempivano la vita della provincia italiana. È il cosiddetto calcio dei comuni d’Italia, quello che raggruppa 60 club sotto la guida della Lega Pro di Francesco Ghirelli.

I danni che queste squadre stanno contando sono ingenti. Per le formazioni che militano in Serie C gli incassi da botteghino rappresentano le principali, se non le sole, fonti di sostentamento. Accanto a queste ci sono le sponsorizzazioni, ma si fa sempre più fatica a trovare sponsor nuovi e quelli vecchi hanno difficoltà ad onorare i contratti. I ricavi sono pressoché vicini allo zero, mentre i costi aumentano. Per permettere il regolare svolgimento del campionato in piena sicurezza, i club devono acquistare tamponi, test sierologici, dispositivi medici di protezione e devono sanificare tutti gli ambienti.

I presidenti dei club, che stanno già vivendo nelle loro realtà produttive le difficoltà causate dalla pandemia, si trovano ad affrontare anche nel mondo sportivo un periodo durissimo. Per club che da sempre convivono con uno squilibrio tra costi e ricavi, la pandemia accelera il rischio di scomparire da un momento all’altro. Il danno, in questo caso, sarebbe non solo economico ma anche sociale.

Economico perché il calcio dà un importante contributo all’occupazione, al fisco, alla previdenza. Non pensiamo ai grandi ingaggi delle star del pallone. Il calcio di serie C dà lavoro a tanti giovani che hanno stipendi normalissimi e contribuiscono ad alimentare un’industria di creazione del valore a livello locale.

Ma il calcio non è solo agonismo, né solo un settore produttivo del paese, ha anche un importante valore sociale. Se il calcio dei comuni d’Italia sparisse, verrebbe meno quel tessuto che contribuisce a reggere un’Italia stanca ed economicamente indebolita dal coronavirus.

Il calcio di Serie C da sempre ha una spiccata connotazione sociale. Toglie i ragazzi dalla strada e li porta in campo, una palestra di vita. Forma, educa, aggrega, include, insegna. Insomma, al pari della famiglia e della scuola, si comporta come un’agenzia educativa. Privare il calcio di un ruolo così importante per la vita di ciascuno, specie dei giovani, vorrebbe dire impoverire il Paese, lasciarlo andare ad un declino morale e culturale.

Dopo il Covid, il calcio di Serie C avrà il compito di curare le ferite causate dalla pandemia. Per permettere alle squadre di Lega Pro di poter esercitare questo compito, è necessario sostenerle e traghettarle al di là della crisi. Non è possibile fare a meno dell’aiuto del Governo. Servono misure che vadano ad alleviare il carico fiscale al quale le società sono sottoposte, contributi a fondo perduto per affrontare le spese sanitarie, l’accesso a finanziamenti per immettere liquidità nel sistema. Salvare le squadre di Serie C vuol dire mettere in sicurezza posti di lavoro, permettere al territorio di crescere economicamente e alle comunità di poter contare sul calcio quale strumento di sviluppo sociale. Restituire al calcio il suo significato più profondo è la sfida alla quale siamo chiamati, tutti, a contribuire.

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