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I salari da fame sono contro la Costituzione | L’analisi di Chiara Saraceno

Secondo l’Istat, compensi orari inferiori ai 9 euro lordi riguardano infatti almeno 3 milioni e mezzo di lavoratori, concentrati tra giovani di ambo i sessi e donne di ogni età, tra le lavoratrici e i lavoratori del turismo (servizi di alloggio, ristorazione, agenzie di viaggio), della logistica, ma anche tra chi lavora nelle attività artistiche, sportive di intrattenimento, ove, accanto ai compensi stellari di pochi, vi sono quelli spesso bassissimi nei servizi di supporto e tra gli operai in ogni settore. A riportarlo è Chiara Saraceno su Repubblica.

Nel Mezzogiorno questa situazione riguarda un lavoratore/lavoratrice su quattro, come ha denunciato l’ultimo rapporto Svimez. Sempre Istat documenta che non si tratta solo di contratti pirata, ma anche di contratti firmati dai sindacati confederali, a dimostrazione del fatto che non basta che la maggior parte dei lavoratori sia coperta da contratti collettivi nazionali a garantire compensi decorosi. Solo di recente i sindacati hanno iniziato una riflessione autocritica, che li ha portati a non osteggiare più l’introduzione di un salario minimo legale, pur con qualche distinguo.

Se si aggiunge che i lavoratori a bassa retribuzione coincidono spesso con i più vulnerabili, e non standard (che non hanno cioè contratti a tempo pieno e a tempo indeterminato), il quadro della povertà nonostante il lavoro appare ancora più drammatico. Qui siamo di fronte a salari poveri che spesso sono anche parziali. A differenza della maggioranza di governo, anche i suoi elettori hanno esperienza diretta di quanto siano diffusi, e insopportabili, salari da fame. Alle opposizioni spetta ora la responsabilità di ripresentare la loro proposta, con le eventuali modifiche e specificazioni, allo stesso tempo allargando il dibattito e il consenso nel Paese.

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