“I Fondi Ue ci faranno crescere”. Lo scrive Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera tornando a parlare del Pnrr: “Per far scendere il rapporto tra l’indebitamento dello Stato e la ricchezza prodotta dai cittadini e dalle imprese, cioè il Pil, serve che l’economia cresca.
Il ritorno dell’inflazione nella seconda parte dello scorso anno ha un po’ aiutato.
Ma – sottolinea l’editorialista – non è stata (o comunque non soprattutto) la corsa dei prezzi che ha abbattuto del 10 per cento il rapporto tra debito e Pil.
È questo il motivo per cui gli investitori internazionali, che possiedono poco meno di un terzo del nostro debito, seguono con apprensione il dibattito politico sul Piano di rilancio e resilienza.
Complessivamente, il Pnrr vale più del 10 per cento del Pil”.
Senza considerare l’impatto sulla crescita e la spinta alle riforme.
“Non sorprenderà allora se l’idea che l’Italia possa rinunciare a queste risorse, o anche solo ad una piccola parte, si sia riflesso istantaneamente in un aumento dello spread.
Il piano concordato con la Commissione può essere modificato. Ma la vera domanda da porsi è se ci conviene.
Dovremmo fermarci il tempo necessario per riscrivere qualche progetto o scriverne di nuovi.
Vorrebbe dire ritardare investimenti previsti e a cascata incidere sulla crescita e sulle riforme.
La reazione negativa dei mercati finanziari – dice Giavazzi – avrebbe inoltre l’effetto di aumentare i tassi di interesse.
I progetti che si vorrebbe cancellare sono stati scritti un anno fa in collaborazione con il Parlamento e la Commissione europea: non saranno tutti perfetti, ma non penso siano pessimi.
Anche l’osservazione che in un anno tutto è cambiato non tiene: il prezzo del gas, dopo essere esploso durante la scorsa estate, è tornato vicino ai livelli di un anno fa.
Sarebbe molto meglio concentrarsi sull’attuazione del piano. Semmai sugli ostacoli e sul come eliminarli.
L’idea che ogni volta si debba ricominciare da capo, come se il nostro Paese tra difficoltà e lentezze in questi anni non abbia continuato a camminare – conclude – è quello che ha determinato, ad ogni cambio di governo, ulteriori ritardi e lentezze”.








