MPS sempre sotto la lente. Il ceo, Guido Bastianini in audizione alla commissione di inchiesta sul sistema bancario – che ha sentito anche Andrea Orcel – spiega che nell’ambito della “revisione” del piano da sottoporre alla Ue “sono in corso approfondite analisi” su una serie di iniziative “finalizzate al completamento del percorso di ristrutturazione”. Ai parlamentari Bastianini indica che queste misure “potrebbero includere un ulteriore scrutinio del perimetro del gruppo, la necessaria ulteriore riduzione dei costi, amministrativi e di personale e maggiori investimenti in It”.
In questo ambito il costo che MPS – sottolinea il ceo – dovrebbe sostenere per incentivare “4 mila uscite volontarie” attraverso il fondo esuberi “avrebbe un costo complessivo di circa 950 milioni” e consentirebbe di ottenere una “riduzione del costo del personale pari a circa 315 milioni annui nel 2026”. Tutti elementi che serviranno per definire l’aumento di capitale necessario all’istituto e che dovrà tenere quindi conto degli “oneri di ristrutturazione – sintetizza ancora Bastianini – che verranno previsti e alle iniziative di capital management che potranno essere attivate”.
«La predisposizione del nuovo piano richiederà alcune settimane di lavoro, un confronto con la Dg Competition e presuppone la prospettiva di un’azienda che sia in grado di camminare sulle proprie gambe», ha precisato Bastianini. Dato che la banca è in un regime di aiuti di Stato «dovremo rivedere il perimetro del gruppo, eliminare le parti che non sono profittevoli, andrà esaminata la struttura dei costi, in particolare del personale, forse l’unica componente che Mps non è riuscita a completare» degli accordi sul salvataggio pubblico del 2017 (oggi i dipendenti sono 21.300) «mentre sono state portati avanti gli impegni su sportelli e npl». Secondo Ruocco occorrerà «ottenere dall’Ue una congrua proroga di almeno dodici mesi. L’Europa non avrà difficoltà ad assecondare la richiesta».
Qui il link dell’audizione integrale https://webtv.camera.it/evento/19340
Mentre Orcel che della partita ora è solo spettatore, non svela pubblicamente i calcoli che Unicredit ha effettuato nell’ambito della trattativa con il Mef e chiede di secretare la replica. Nel sua audizione il banker ripercorre le fasi del negoziato spiegando di aver fatto del “nostro meglio per trovare un accordo” ma è emerso che “l’ammontare di capitale necessario per dare esecuzione all’operazione coerentemente con quanto concordato nel termsheet era più significativo di quanto il Mef si aspettasse”.
Pur con “margini di manovra ristretti, abbiamo comunque cercato e proposto diverse alternative per ridurre il fabbisogno di capitale identificato” per MPS “ma tutte si sono rivelate insufficienti a permettere alle parti di proseguire nella trattativa”, spiega Orcel dicendosi dispiaciuto che l’operazione non sia andata a buon fine. I termini però erano chiari. Per cui “raggiungere un accordo a condizioni non coerenti con i presupposti concordati non sarebbe stato nell’interesse di UniCredit e dei suoi azionisti e, a mio avviso, anche della stabilità del sistema bancario nazionale”, ribadisce il manager che sollecitato torna anche sull’affare Antonveneta.
“E’ corretto dire che sono stato coinvolto nell’acquisto di Antonveneta nel contesto della operazione ABN Amro, quando lavoravo come advisor (era in Bofa-Merril Lynch) di Santander. Non ho però rappresentato MPS – puntualizza – nell’acquisto di Antonveneta, nè ho avuto alcun ruolo nella negoziazione dell’operazione”.








