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Gli investimenti sono scesi nel 2023, ma nel 2024 sono attesi m&a di rilievo | L’analisi

Tutto è relativo, anche nel vasto universo delle fusioni e acquisizioni.

A prima vista il mercato italiano ha chiuso un 2023 deludente, con meno di 60 miliardi di euro spalmati su 1.210 operazioni: cifre nemmeno paragonabili ai quasi 94 miliardi del 2022 e agli 82 dell’anno precedente.

Se però si allontana la lente di ingrandimento e ci si focalizzata sulla serie storica che parte dal 2016, l’anno da poco concluso si guadagna un onesto quarto posto nella classifica dell’ammontare investito.

A certificare i dati è uno studio di EY, visionato in anteprima da Milano Finanza, che parla di “un solido trend delle attività di investimento nel Paese, a dimostrazione che la leva transazionale rappresenti sempre più un’opportunità di crescita e trasformazione dei modelli di business”, osserva Marco Daviddi, managing partner strategy and transactions della società di consulenza in Italia.

Una flessione relativa.

Resta il fatto che il dato dell’ammontare investito, in valore assoluto, mostra una contrazione annua del 37%.

Anche se il numero delle operazioni è rimasto grosso modo stabile: -7%, da 1.301 a 1.210.

La ragione di questa discrepanza tra i due valori è piuttosto intuitiva: le operazioni di m&a ci sono state, ma sono mancate quelle più grandi.

“L’incidenza dei mega deal (operazioni sopra il miliardo di euro, ndr) che hanno totalizzato investimenti di oltre 35,8 miliardi di euro”, osserva ancora Daviddi, “è stata lievemente inferiore rispetto al 2022, passando da 15 a 11 operazioni, e anche il mid-market ha subito un rallentamento, con un totale investito pari a circa 20 miliardi, in calo del 46% rispetto al 2022”.

Il contesto macroeconomico e di mercato ha invitato molti operatori alla prudenza.

Tassi alti, poca visibilità sull’andamento dell’economia, instabilità geopolitiche hanno verosimilmente messo in stand-by molte operazioni, soprattutto quelle più grandi.

Che però ora potrebbero ripartire, visto anche che la liquidità ferma e pronta per essere impiegata è, nel mondo, ai massimi storici.

Operazioni da ricordare.

Posto che nel 2023 gli investimenti giganteschi siano stati un po’ assenti, alcune operazioni degne di nota sono state messe a segno.

Nel suo studio EY cita ad esempio il settore delle telecomunicazioni, con l’acquisto del 60% della rete Wind Tre da parte del fondo svedese Eqt.

Valore: circa 3,4 miliardi.

Il tutto nell’attesa del perfezionamento di un’eventuale deal Tim-Kkr per NetCo, un ipotetico investimento da oltre 20 miliardi.

E ancora, nel settore industriale viene segnalato l’acquisto dal 45% di Ima (valutata 6,5 miliardi) da parte della merchant Usa Bdt & Msd; oppure, nel fashion l’ingresso di Kering al 30% di Valentino per 1,7 miliardi.

Più in generale, la società di consulenza ha visto un aumento relativo delle operazioni nel settore chimico-industriale (+4%), nell’energia (+3%) e nelle scienze della vita (+1%), a fronte di un indebolimento di beni di consumo (-2%) e tecnologia (-3%).

La santa alleanza coi fondi.

Il 2023 ha consacrato inoltre il ruolo dei fondi di private equity nell’ecosistema italiano dell’m&a.

Nel corso dell’anno gli operatori privati si sono resi protagonisti di 38,5 miliardi di investimenti, spalmati su 488 operazioni, cioè il 40% di quelle totali.

Nel 2022 i fondi avevano messo in campo 65,4 miliardi su 504 deal, più o meno il 38% di quelli complessivi.

Questo significa che l’incidenza del private equity è aumentata all’incirca di 2 punti percentuali.

Fatto 100 il numero degli investimenti attribuibili al private equity, è cresciuto anche il peso delle operazioni andate in porto tramite società presenti nel portafoglio dei fondi stessi: dal 19% al 32%, ulteriore conferma del livello di maturità raggiunto dall’industria.

Made in Italy nel mondo.

In un 2024 che si prospetta ancora denso di sfide, geopolitiche e legate alla crescita economica in primis, il mercato italiano dell’m&a si presenta al banco di prova con alcune peculiarità rispetto ad altri Paesi.

Primo, la necessità per le imprese di stare al passo con i dirompenti cambiamenti tecnologici (primo tra tutti, l’Intelligenza Artificiale) in un contesto di limitata disponibilità di capitale.

Secondo, la continua internazionalizzazione del made in Italy nel mondo, che si trova a fare i conti con la riorganizzazione delle catene di fornitura e la rilocalizzazione delle filiere (il fenomeno del nearshoring).

Terzo, come evidenzia Daviddi, “le scelte di finanza pubblica nel Paese, la capacità di sostenere l’occupazione e il mantenimento di costi competitivi”.

A questo proposito “il Pnrr entrerà prossimamente nel vivo con gli effetti delle riforme strutturali in via di finalizzazione e dell’avvio degli investimenti annunciati”.

Quali sono i settori da tenere d’occhio?

“Si conferma una certa polarizzazione dell’interesse dei fondi, attesi per il 2024 a confermare il loro ruolo di guida sul mercato”, conclude l’esperto, “soprattutto nei settori della manifattura avanzata, pharma, beni di consumo, energia e infrastrutture.

Cresce, inoltre, l’interesse verso settori legati allo sviluppo professionale in ambito education, formazione e selezione di personale”.

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