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[L’intervento] Giuseppe Coco (economista): «Vi spiego qual è la vera rivoluzione che serve al Sud»

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Nel commentare la bozza del PNRR ed in particolare le misure che riguardano il Mezzogiorno, la maggior parte degli osservatori, soprattutto sui giornali del sud, enfatizza la questione della suddivisione territoriale delle risorse.

In realtà gli interventi del PNRR non sono integralmente ‘territorializzabili’ a priori e l’idea garantita del Presidente del Consiglio che il 40% delle risorse andranno al Mezzogiorno è una stima. Molto dipenderà dalla capacità della PA meridionali di partecipare con un minimo successo ai bandi e alle proposte di finanziamento sui diversi capitoli. L’esperienza del passato non è molto confortante. In ogni caso il nuovo PNRR ha indubbiamente innalzato la quota di interventi per il sud, pur senza soddisfare i vari movimenti rivendicazionisti che hanno portato in piazza 500 sindaci per chiedere proporzioni variabili (dal 50 al 70 per cento dei fondi) senza sapere bene cosa farne.

In realtà sarà molto più importante spendere bene piuttosto che la disponibilità di risorse.

L’intervento straordinario nel Mezzogiorno infatti può già contare su una cospicua dote delle politiche di coesione (più di quelli de Recovery), che si fatica costantemente a spendere in maniera appropriata e spesso sostituiscono spesa ordinaria per incapacità progettuale delle PA. Un giudizio più compiuto sotto questo profilo si può dare sulla componente ‘Interventi speciali per la coesione territoriale’, finanziata per 2 miliardi. Si tratta di interventi per la coesione che non rientrano nelle altre missioni del PNRR.

Rispetto al piano precedente, viene finanziata meno la componente aree interne (circa 600 milioni in meno). Era perlomeno imprudente inserire 1,5 miliardi di finanziamento su una strategia, la Strategia Nazionale Aree Interne, che non ha finito nemmeno la programmazione in 7 anni. Nonostante i proclami infatti la SNAI dal 2014, è riuscita a produrre solo documenti programmatici, ma solo per circa la metà delle 72 aree identificate (e meno della metà nel Mezzogiorno). Di servizi per gli abitanti delle suddette aree non si vede traccia nei numerosi documenti di monitoraggio che, insieme agli Accordi di Programma Quadro, sono il vero ‘prodotto’ della strategia.

Ma la vera novità è che gli interventi per quelle aree vengono individuati nel Piano a prescindere dalle famigerate Strategie d’area e gli Accordi di Programma Quadro. Quel modello di intervento basato sulla concertazione ad oltranza ha mostrato tutti i suoi limiti. Nel nuovo PNRR si finanzia, coinvolgendo soggetti privati, la sanità di prossimità. Si tratta di un approccio molto più concreto e meno ideologico del precedente che ha maggiori probabilità di successo.

I 600 milioni recuperati vengono destinati alle ZES, di cui si progetta un rilancio anche con una modifica normativa importante. In un seminario promosso da Merita e da SRM, questa settimana, la Ministra ha confermato la sua fiducia nello strumento e illustrato le linee della riforma, coerenti con le problematiche emerse. Il sistema di governo delle ZES cambia. I Commissari straordinari istituiti dalla finanziaria del 2020, con i soliti inutili poteri di impulso, coordinamento e monitoraggio che dilagano nella PA, diventano i veri referenti delle ZES, questa volta con veri poteri autorizzatori e strutture proprie. Ci sono le condizioni per realizzare finalmente semplificazioni importanti dei processi con l’istituzione dello sportello unico digitale, anche se la concreta attuazione si è spesso scontrata contro la molteplicità e le inerzie delle amministrazioni. Il tetto per il credito d’imposta sugli investimenti raddoppia a 100 milioni. Allo stesso tempo gran parte del finanziamento è destinato alle opere infrastrutturali per il collegamento con le reti TEN-T dei porti principali.

Ci sono le premesse per un rilancio delle ZES, anche se alcune problematiche rimangono intatte. Molti piani strategici delle regioni infatti hanno tradito l’impianto della norma che richiedeva un nesso economico tra le aree scelte per la ZES e i porti di riferimento, per rispondere alla solita logica della distribuzione proporzionale dei benefici, ovviamente fittizi, sui territori. Il paradigma è la ZES adriatica che si estende per 500 km fino a territori che coi porti ‘core’ non hanno nessuna relazione. Come in altri contesti, la concertazione distrugge il disegno delle politiche di sviluppo e le rende inefficaci.

Infine 220 milioni vengono destinati a interventi di contrasto alla povertà educativa, per progetti di recupero degli studenti nelle secondarie in collaborazione con il terzo settore. Si tratta a mio parere della vera grande sfida per il Mezzogiorno, certo non affrontabile con questa cifra (ci sono infatti altri interventi sulla scuola). E’ impensabile che il Mezzogiorno riparta senza una rivoluzione nell’istruzione.

Usciremo dalla pandemia a pezzi per effetto delle chiusure differenziali della scuola nelle nostre regioni. L’aumento dei tassi di abbandono e il peggioramento della performance nelle conoscenze, già i peggiori di Europa, sono ampiamente prevedibili. I riformatori del passato avevano pensato giustamente di imporre l’obbligo scolastico per sottrarre il destino dei meno abbienti alla miopia dei genitori. Ma alcuni governatori del sud, dall’alto della loro maggiore lungimiranza, hanno giustamente deciso che l’obbligo scolastico e la didattica in presenza sono retaggi di un’epoca passata. A decidere per le autorità pubbliche siano i genitori e i ragazzi stessi. A farne le spese sarà una intera generazione di meridionali tradita dalla irresponsabilità e dall’egoismo degli adulti.

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