L’economia italiana si è rimessa in moto sulla scia degli effetti della campagna vaccinale. Le previsioni delle principali istituzioni indicano una solida ripresa per il 2021 e il 2022, spinta anche dall’avvio degli investimenti del PNRR. Una notizia certamente positiva, specie nella prospettiva di un progressivo riassorbimento degli alti livelli di disoccupazione raggiunti con la crisi. La ripartenza non è tuttavia sufficiente per dare al Paese una prospettiva di crescita duratura, capace di garantire un futuro prospero alle nuove generazioni di cittadini, la sostenibilità del debito pubblico e rilanciare il ruolo dell’Italia nello scenario economico internazionale.
Quello che osserviamo in questi mesi è una sorta di “effetto molla”. La compressione nei livelli di attività economica causata dalla crisi libera energia per effetto delle riaperture. Energia che si propaga nel sistema economico attraverso la ripresa dei consumi, degli investimenti e delle esportazioni. Un effetto quasi meccanico, che però non deve far confondere la ripartenza con la vera crescita. Senza la seconda il sistema, come nel caso della molla, si riporterebbe presto in una condizione di equilibrio (pre-crisi) che nel caso italiano non è assolutamente soddisfacente. L’Italia infatti negli ultimi 20 anni è cresciuta pochissimo, con una dinamica della produttività particolarmente deludente.
Se si guarda all’andamento del prodotto per ora lavorata nel periodo pre-pandemia che va dal 2000 al 2019, secondo i dati OCSE l’incremento complessivo in termini di produttività oraria è stato in Italia pari all’ 1,3%. Nello stesso periodo i nostri principali competitor europei registrano risultati nettamente superiori: Germania (+18,4%), Francia (+18,1%), Regno Unito (+17,4%). Un divario non più sostenibile, che implica la necessità di accompagnare il processo di ripartenza con un cambio di paradigma in grado di rilanciare la crescita della produttività nel nostro Paese.
Qui il ruolo dell’innovazione e della diffusione delle tecnologie digitali diventa cruciale per facilitare il passaggio da un modello produttivo basato sulla competitività di costo ad uno basato sulla competitività tecnologica, che fa leva su investimenti continui in attività di ricerca e innovazione. E’ questo secondo modello che deve diventare prevalente in Italia, poiché è quello in grado di fornire una spinta più forte e duratura alla dinamica della produttività.
Tuttavia, nonostante i dati allarmanti prima richiamati, il tema della Produttività fatica ad entrare con forza nel dibattito pubblico. Ne è testimonianza il fatto che l’Italia è tra i pochi paesi europei a non aver seguito l’indicazione della Commissione Europea di istituire un Productivity Council. Se ne era discusso nell’ambito dell’approvazione della scorsa Legge di Bilancio senza esito positivo. In realtà, viste le dimensioni del problema italiano, si dovrebbe andare oltre e seguire l’esempio del Regno Unito che ha creato un vero e proprio Productivity Institute che sviluppa, collega e mette a sistema la ricerca economica su questo tema realizzata da diverse Università e centri di ricerca. Abbiamo bisogno di capire nel dettaglio quali sono i meccanismi che consentono di generare incrementi di produttività nella specificità italiana e quali le politiche più efficaci per il nostro contesto.
Analizzare il problema, identificare le soluzioni, metterle in pratica e valutarne l’efficacia. Solo in questo modo la ripartenza potrà trasformarsi nella vera crescita che serve al Paese.








