Se il Chips Act definito dalla Ue un mese fa non si allineerà alle misure prese dagli altri Paesi, non solo l’Europa non riuscirà a centrare il già di per sé ambizioso obiettivo di raggiungere una capacità del 20% sul totale globale entro il 2030, ma rischierà addirittura di vedere dimezzato il proprio peso nell’industria dei semiconduttori sotto il 4%.
“I venti di guerra hanno reso ancora più fosco l’orizzonte, perché se, nelle imprevedibili evoluzioni degli eventi bellici, Taiwan dovesse perdere la propria indipendenza, l’intera filiera mondiale potrebbe andare in tilt”, lo scrive Antonella Olivieri, giornalista economica su Il Sole 24 Ore.
Europa da regina a cenerentola
“All’inizio degli anni ’90 l’Europa era leader a livello globale col 44% di capacità produttiva dislocata sul suo territorio, davanti persino agli Stati uniti, che si fermavano al 37%. Oggi, l’Europa è all’8%, gli Usa intorno al 10-12%. La globalizzazione ha spostato i siti verso l’Oriente, con Taiwan che nel 2020 contava per 1122%della capacità produttiva mondiale, la Corea del Sud per il 21%, la Cina per 1115%, come il Giappone. Il valore della produzione mondiale di microchip è destinato a raddoppiare dai 50o miliardi di dollari attuali a mille miliardi di dollari nel 203o. Per arrivare alla quota del 20%, che la Ue vuole raggiungere a fine decade, la produzione in Europa dovrebbe passare dagli attuali 40 miliardi a 200 miliardi, con 254 miliardi di investimenti, che l’industria privata da sola non potrebbe sostenere”.
Il crollo sotto al 4 percento
“In assenza di interventi, la quota di capacità produttiva dell’Europa cadrà sotto al 4%, secondo Asml, multinazionale olandese (nata nel 1984 come joint Philips-Asmi) che fornisce le macchine più sofisticate al mondo all’industria dei semiconduttori. «Questo renderà virtualmente irrilevante l’Europa nel panorama globale, creando una minaccia strutturale di carenza d’offerta di microchip all’industria europea», osserva il gruppo di Eindhoven nel suo position paper, pubblicato il mese scorso è riportato da Il Sole.
I maggiori acquirenti di microchip in Europa sono Bosch e Continental, ma nella top ten ci sono anche Autoliv e Valeo, che hanno tutti a fare con il settore affamato dell’automotive. Poi ci sono realtà industriali come Siemens, Philips, Signify e Abb, e ancora come Ericsson e Nokia, che operano nel campo delle infrastrutture per tlc. Smartphone e pc, dove si richiedono tecnologie con dimensioni ancora più piccole, sono ormai fuori dagli orizzonti continentali.
“Se il sostegno europeo non si allineasse nelle modalità al resto del mondo, sarebbe facile per le multinazionali del settore programmare i nuovi siti altrove, dove potrebbero beneficiare degli incentivi” chiosa Il Sole.
La dipendenza dall’Asia
Nell’ultima decade, segnala il paper, la produzione si è spostata verso l’Asia e sussiste «il rischio reale che la dipendenza dell’industria europea dai produttori di microchip asiatici possa ancora aumentare negli anni a venire». Costruire una catena del valore autarchica in Europa è «virtualmente impossibile», sostiene il paper, dato l’ecosistema che è andato a configurarsi negli ultimi quarant’anni: «L’Europa dovrebbe perciò rafforzare la propria posizione aumentando le capacità e le performance dei prodotti e delle tecnologie su cui gli altri fanno affidamento».
C’è poi il tema delle fonderie, società che producono microchip su commissione di realtà come Qual- La fotografia comm, Nxp (l’ex Philips semiconductors), Apple, e alle quali si appoggia, chi più chi meno, l’intera industria. In questo campo, il leader indiscusso, con una quota di mercato del 54%, è la taiwanese Tsmc, un gigante in grado di mettere in campo un piano di investimenti da 120 miliardi di dollari in tre anni per espandere la capacità produttiva. “Un intoppo avrebbe conseguenze pesanti per tutti, ma questa è un’altra storia che si spera di non dover mai scrivere” conclude la Olivieri sul Sole.
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