C’è un forte disaccoppiamento fra andamento del Pil e valori azionari sia in Usa che in Italia.
Tassi d’interesse bassi e tanti risparmi ecco perché le Borse continuano a salire.
La corsa dei mercati è un effetto collaterale della politica monetaria accomodante.
L’ANALISI DI SALVATORE ROSSI
Perché nel mondo le Borse salgono anche quando, come ora, le economie rallentano o ristagnano?
Questa domanda, molto semplicemente formulata, riflette una convinzione di fondo, che i valori azionari delle imprese quotate in Borsa debbano grosso modo avere andamenti somiglianti a quelli della macroeconomia, in qualunque Paese che segua le regole del mercato.
L’idea è essa stessa semplice: il valore di Borsa dell’azione di un’impresa è la somma di tutti i dividendi attesi nel futuro, scontati a oggi; i dividendi dipenderanno a loro volta dagli utili dell’impresa, e questi ultimi certo dall’andamento del mercato di riferimento, ma mediamente da tutta l’economia.
Dunque, detta in parole povere, se l’economia sta andando così così e non se ne prevede una gran ripresa in futuro anche le Borse dovrebbero arrancare, perché le imprese faranno utili modesti e distribuiranno dividendi altrettanto modesti.
Invece le economie stanno, sì, andando mediocremente ma le Borse viaggiano a velocità supersonica.
Cerchiamo di essere un po’ più precisi ed esaminiamo i casi degli Stati Uniti e dell’Italia, i primi perché sono l’economia più grande del mondo, la seconda perché è il nostro Paese.
Nell’economia americana il Pil reale nei primi tre trimestri del 2025 è cresciuto in media di poco più del 2 per cento rispetto a un anno prima; si stima che in tutto il 2025 sia aumentato pure del 2 per cento e si prevede che nel 2026 resti su quei livelli.
Risultati modesti per l’economia americana, anche se migliori del temuto, che ne indicano un rallentamento rispetto agli anni precedenti.
Nel frattempo la Borsa di quel Paese (S&P 500) è ascesa nel 2025 di ben il 18 per cento e sta continuando a salire.
La divaricazione è ancora più stridente nel caso italiano: nei primi tre trimestri dell’anno scorso la crescita del Pil è stata in media poco più che nulla e la stima/previsione per il 2025/2026 è di circa mezzo punto percentuale in entrambi gli anni.
Un progresso modestissimo.
Nel frattempo, la Borsa italiana (indice Ftse Mib) è esplosa del 27 per cento nel 2025 e anch’essa continua a salire!
Dunque i dati confermano la disconnessione plateale fra macroeconomia e valori azionari sia nel caso americano sia in quello italiano.
Questo fenomeno è in realtà ormai antico, dura da quasi un quarto di secolo, e molto diffuso.
Può essere riassunto in un’affermazione: le Borse valori non “prezzano” più, e da molti anni, l’andamento generale della produzione in un’economia, ma risentono di una serie di altri fattori.
Quali?
Ne citerò subito uno che apparentemente dovrebbe giocare in senso inverso: i tassi d’interesse.
Negli ultimi due decenni essi sono stati molto bassi, addirittura negativi in termini reali (cioè al netto dell’inflazione); erano saliti, ma ora stanno scendendo di nuovo; il saggio di sconto a cui vengono scontati a oggi gli utili attesi delle imprese per calcolare i valori attuali di Borsa dipende da quei tassi, tanto più il saggio di sconto è basso tanto maggiore è il valore delle azioni.
Dunque il rigonfiarsi delle Borse è anche un effetto collaterale delle politiche monetarie super accomodanti degli ultimi due decenni.
Un secondo fattore che spiega il disaccoppiamento Pil-valori azionari è che gli utili di molte imprese si vanno essi stessi disaccoppiando dal Pil, cioè dall’andamento generale dell’economia, perché quelle imprese godono di rendite tecnologiche o regolamentari o hanno un alto potere di mercato, il che rende i loro utili più dinamici del prodotto nazionale.
Un terzo fattore è che le Borse sono poco rappresentative dell’intera economia nazionale, essendo dominate da un pugno di imprese enormi (caso americano) o appartenenti a settori fortemente regolamentati (caso italiano).
Ma c’è un quarto fattore che è forse il più importante di tutti.
Il mondo avanzato sta invecchiando, l’età media della popolazione s’innalza, e con essa il risparmio.
Il risparmio nel mondo cresce anche perché aumenta la disuguaglianza sociale, e chi è più ricco risparmia proporzionalmente di più di chi è povero (sul tema mi soffermavo su queste colonne un mese fa, citando un economista americano, Atif Mian).
Una tale enorme mole di risparmio è in cerca di rendimenti.
Si sono affermati nel mondo enormi gestori di risparmio che sono continuamente a caccia di rendimenti elevati per i propri clienti (parliamo di svariate centinaia di milioni di risparmiatori sparsi per il pianeta).
Si sa che le azioni offrono in media rendimenti più elevati dei titoli a reddito fisso, purché si accetti un rischio più alto.
C’è dunque una tendenza strisciante nei grandi gestori ad accrescere la domanda di azioni minimizzando coi propri clienti i molteplici rischi che la proprietà di un’azione implica.
Ne discende un sovrappiù di domanda che si riversa sulle Borse, innalzando i valori delle azioni, soprattutto delle aziende (ad esempio le cosiddette big tech) che fanno intravedere utili mirabolanti in futuro.
Non stiamo parlando (ancora) di bolle speculative, ma di equilibri fragili che si reggono su una serie di condizioni: assenza di shock macroeconomici, o finanziari, o politici; credibilità e prevedibilità delle politiche monetarie; assenza di crisi internazionali.
Non è il caso di lanciare allarmi, ma non è neanche il caso di star tranquilli.
IL CONFRONTO
L’andamento a un anno del Ftse Mib, l’indice della Borsa italiana Var.% +30,82% negli ultimi 12 mesi feb’25 mar apr mag giu lug ago set ott nov dic 2026.
L’andamento a un anno dello Standard & Poor’s 500, l’indice della Borsa americana.








