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Ecco perché c’è l’urgenza di una politica industriale europea | L’analisi di Marcello Messori

“La scadenza elettorale del prossimo giugno dovrebbe essere l’occasione per esaminare i problemi di fondo che stanno sgretolando il peso internazionale dell’Unione europea (Ue) e stanno compromettendo la capacità di crescita della sua economia nel medio-lungo termine. Viceversa, nella maggioranza degli Stati membri, il confronto politico si sta concentrando su controversie nazionali contingenti che servono a misurare i rapporti di forza fra le coalizioni al governo e all’opposizione e a valutare lo spazio dei singoli partiti all’interno di ciascuna coalizione. Ne risulta un trionfo dello shortermismo a fronte di una situazione che richiederebbe l’elaborazione di disegni strategici, anche di segno opposto ma di ampio respiro”.

Lo sostiene l’economista Marcello Messori dalle colonne del magazine digitale Inpiu.net

“L’esempio forse più calzante riguarda le resistenze ad avviare una politica industriale europea. Di fronte all’obsolescenza di un modello produttivo che ha perso gran parte dei suoi fattori di forza a seguito dell’acuirsi dei conflitti tecnologici fra Stati Uniti e Cina e delle tragiche fratture geo-politiche, i maggiori Stati membri della Ue si sono adoperati per allentare i vincoli agli aiuti di Stato, anziché per lanciare progetti comuni in grado di rispondere alle sistematiche iniziative assunte nelle aree concorrenti. In tal modo, nel breve termine, i governi nazionali con spazi di bilancio acquisiscono risorse per una difesa con respiro corto di una parte delle loro imprese e dei loro cittadini.

L’elevato costo di medio termine è un acuirsi delle divergenze interne alla Ue e un indebolimento delle potenzialità di crescita. L’invidiabile modello sociale europeo rischia, così, di diventare insostenibile per i nostri nipoti. Se oggi vogliamo rimanere inconsapevoli dell’alto rischio di declino europeo, nel lungo periodo non saremo soltanto “tutti morti” ma anche tutti colpevoli” conclude Messori.

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