Nell’attesa di ricevere l’annuncio ufficiale del Consiglio europeo per il nuovo allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali e all’Ucraina, faremmo bene a tenere d’occhio quel che sta succedendo in alcuni paesi che entrarono nell’Unione negli anni 2000 e che, quasi vent’anni dopo, ancora non sembrano aver assorbito molto di valori comuni dell’Unione. Colpisce, ad esempio, che la campagna elettorale in corso in Polonia sia percorsa da forti sentimenti antitedeschi, eccitati dal partito PIS di Jaroslav Kaczynski come la più efficace strategia elettorale per battere l’eurofilo Tusk. Che viene descritto come una longa-manus della Germania per affossare gli interessi polacchi.
L’anno scorso la Polonia ha presentato una richiesta di riparazioni alla Germania per danni di guerra per 1,3 trilioni di euro, una cifra più che doppia del PIL della Polonia. Tusk fu convinto a firmare per non apparire antipatriottico. La richiesta non andrà molto lontano, ma dipingere il principale esponente dell’opposizione, Tusk, come un burattino della Germania contribuisce a polarizzare l’elettorato ed alimenta risentimenti diffusi nell’opinione pubblica. Il problema è che le scorie di questa propaganda resteranno anche dopo le elezioni. C’è una seria questione da porsi: i nuovi paesi candidati arriveranno nell’Unione anch’essi determinati ad utilizzare al massimo i fondi europei, ma poco interessati a condividerne i valori – come sembra essere stato il caso di Polonia, Ungheria e Slovacchia? Senza risposte convincenti, il nuovo allargamento getta a mio avviso un’ombra molto scura sul futuro dell’Unione.








