Quando ha cominciato, commenta sul Foglio Giuliano Ferrara, Trump era una specie di banalissimo Briatore televisivo o il suo modello, il che è lo stesso. Non aveva esperienza politica. La Casa Bianca l’aveva vista solo in cartolina. Il suo ego esplose perché Barak Obama lo prese in giro senza indulgenza, mentre la sua “impollinazione culturale” dell’America woke (citazione da Franzen) aveva in realtà spianato la strada del tribalismo antielitario del superdemagogo.
Prese tre milioni di voti meno di Hillary Clinton, candidata sbagliata per vari motivi, e vinse nel collegio elettorale la presidenza, che condusse con qualche intuizione, qualche decisione giusta e molta erratica tendenza all’autoritarismo e alla violazione delle regole costituzionali fondamentali.
Oggi dopo il rovinoso confronto con il vecchio meraviglioso Joe Biden, è rientrato al centro dello star system, dalla Pennsylvania dove un disgraziato cretino ha cercato di ammazzarlo, a Milwaukee, dove è stato incoronato come un unto del Signore.
Kamala Harris è la vice di Joe, donna e di colore, nessuno può scalzarla ora dopo la rinuncia di Biden. Ma – continua Ferrara – se la Convention di Chicago applaudisse Michelle Obama candidata, cambierebbe tutto. La Casa Bianca è stata la sua residenza per otto anni. Ha al suo fianco un presidente emerito e l’intero staff dei successi della presidenza Biden, ma è autonoma dal letteralismo rispettoso e obbligato degli ultimi quattro anni. Può unificare e fare sognare, due caratteristiche decisive delle presidenziali americane che ora sono nelle mani del circolo dei trumpiani.
È baciata da una presenza giovane e grintosa, che farebbe subito sfigurare come un maschietto tossico il suo rivale. Il programma c’è. Uomini e donne per realizzarlo pure. Mancano lo slancio e la serietà di un Partito democratico impegnato seriamente a vincere e non a discutere en coulisses della salute del candidato.








