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Cresce il rischio di default per le imprese di food, auto e costruzioni | Lo scenario

Per il momento, le aspettative che nel 2023 si potesse assistere alla grande onda di default sono state disattese.

Per il momento, appunto. Perché, se a inizio anno sono proseguiti i sostegni governativi a supporto dell’erogazione del credito da parte delle banche, negli ultimi due trimestri si è assistito a un’inversione di tendenza che ha lanciato le prime avvisaglie per il tessuto imprenditoriale italiano.

La conferma arriva da Francesco Moro, alla guida della unit Debt & Restructuring Advisory della società di consulenza indipendente New Deal Advisors, il quale a MF-Milano Finanza sottolinea che “l’attività nelle ristrutturazioni è gradualmente cresciuta nel corso dei primi nove mesi: a un primo trimestre complessivamente tranquillo hanno fatto seguito due trimestri via via più intensi per i professionisti del settore”.

Specialmente nei mesi di maggio e giugno -cioè nel periodo di approvazione dei bilanci 2022 e della fine delle finestre di pre-ammortamento di molti finanziamenti garantiti dell’era Covid- sono aumentate le violazioni dei covenant finanziari, le richieste di moratoria e anche veri e propri default di pagamento.

“Secondo le ricerche Cerved, il tasso di crescita dei fallimenti nel secondo trimestre 2023 è aumentato dell’1,5% rispetto a un anno prima; un incremento modesto ma che indica un’inversione di tendenza rispetto al più recente passato”, spiega Moro, evidenziando quanto “un aumento dei fallimenti sia doppiamente impattante per lo Stato, considerata la mole dei prestiti garantiti da Sace e da Mcc”.

Basti pensare che solo Sace ha garantito oltre 42 miliardi col fondo Garanzia Italia, di cui 11 miliardi nel 2022.

Nel complesso, “il tasso di insolvenze è rimasto sotto il livello del 4% previsto per il 2023, ma ora bisognerà comprendere se la realtà sarà in linea con il 4% atteso per il 2024 o sarà peggiore”, specifica Moro.

A parte il possibile “ritardo” nell’exploit dell’ondata di fallimenti, non mancano direttamente fenomeni che acuiscono il rischio di un probabile aumento dei tassi di default nel medio termine.

Si pensi in primis al credit crunch “specialmente dovuto al rallentamento dei crediti alle imprese -una volta concluso il lungo periodo di agevolazioni- e all’aumento del costo del denaro che ha drenato parecchia liquidità dalle aziende per servire mutui e finanziamenti sempre più onerosi”.

Lo dimostrano anche gli ultimi dati disponibili forniti da Banca d’Italia, che a fine agosto segnalavano una riduzione dei crediti bancari alle società non finanziarie del 6,2% rispetto ai 12 mesi precedenti, per altro in peggioramento anche rispetto a quello di giugno, in cui il calo era di circa il 3%.

Un altro dei segnali messi sul piatto da Moro, per provare a rendere più evidenti i contorni della situazione, riguarda il tentativo da parte delle imprese di rifinanziare i prestiti o le obbligazioni in scadenza, in particolare quelli da rimborsare nell’ultima parte del 2023 e nel 2024:

“Bisogna notare che mentre alcune aziende trovano i mercati chiusi, anche a causa della propria debolezza finanziaria, altre riescono ad allungare le scadenze con nuovi interventi, ma con costi molto più elevati che in passato, mettendo pertanto a rischio la futura sostenibilità finanziaria dei loro conti”.

L’allerta resta alta per tutta l’industria italiana ma “a soffrire maggiormente saranno le micro imprese”, in particolare nei comparti alimentare, automotive e delle costruzioni.

Secondo Moro, “se fino a gran parte del 2023 consumi e investimenti hanno tenuto, da più parti si pone ormai l’accento sulla sostenibilità di ricavi e margini di fronte all’evidente contrazione dei consumi provocata dalla fiammata inflazionistica degli ultimi anni e alla fine degli incentivi in alcuni settori sovvenzionati in passato”.

In particolare, il comparto automotive “è stato sicuramente impattato dal progressivo calo degli ordini in Italia; ma anche quelle aziende che hanno provato ad affacciarsi oltre i confini nazionali si sono trovate in difficoltà rispetto a competitor più grandi o con minori problematiche finanziarie”.

Il calo fa il paio con i problemi nella gestione del circolante e della liquidità.

Alcune aziende del settore hanno anche cercato la via del rifinanziamento di linee di credito in scadenza quest’anno o nel 2024 tramite bond, il cui costo si è però rivelato spesso insostenibile.

“Quanto all’alimentare, si scontra in molti casi con il calo dell’export ma anche con aziende che presentano alti livelli di indebitamento e stress sui costi dovuti al caro energia e delle materie prime”.

Dinamiche non solo finanziarie e che incidono quindi sul lavoro degli esperti.

Ora questi ultimi, conclude Moro, “devono saper offrire supporto non solo su tematiche finanziarie, ma anche su esigenze prettamente industriali-operative”.

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