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Comuni montani contro la nuova classificazione | L’analisi sul rischio calo demografico

La contestazione dei Comuni e il nodo della classificazione

Settantatré Comuni italiani hanno presentato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto attuativo della nuova classificazione dei Comuni montani, aprendo un confronto che coinvolge direttamente il tema del calo demografico nelle aree interne.

L’iniziativa, sostenuta da Autonomie locali italiane, riguarda territori distribuiti tra Piemonte, Liguria, Abruzzo, Umbria, Puglia, Marche e Toscana. I promotori parlano di «plurimi profili di illegittimità», fino alla richiesta di sollevare una questione di legittimità costituzionale della legge 131 del 2025.

Al centro della contestazione vi sono i criteri adottati, ritenuti non adeguati a rappresentare la complessità delle aree montane.

Il legame tra classificazione e calo demografico

Secondo i Comuni ricorrenti, la nuova impostazione riduce la montanità a un parametro esclusivamente altimetrico. «La nuova classificazione riduce la ‘montanità’ a una questione meramente altimetrica», fondata su quota e pendenza.

Tuttavia, le amministrazioni locali sottolineano come questa impostazione non tenga conto di elementi determinanti per la vita dei territori, tra cui isolamento, carenza di servizi, fragilità infrastrutturale e soprattutto declino demografico.

«Ignorare questi fattori significa produrre una classificazione che non fotografa il territorio, ma lo distorce», evidenziano i promotori del ricorso.

Le conseguenze su servizi e territori

Le implicazioni della nuova classificazione non si limitano al piano formale. Secondo i Comuni coinvolti, la perdita dello status di Comune montano può tradursi in una riduzione concreta di risorse e servizi.

Tra gli effetti segnalati vi sono minori incentivi, tagli ai servizi e interventi sul sistema scolastico, con accorpamenti e possibili chiusure. In territori già segnati dal calo demografico, queste dinamiche rischiano di accelerare ulteriormente lo spopolamento.

Per questo le amministrazioni chiedono una revisione dei criteri, introducendo parametri capaci di considerare le condizioni socioeconomiche e l’accessibilità ai servizi.

Il confronto istituzionale e il ruolo del Tar

Il contenzioso arriva dopo mesi di confronto tra istituzioni. A febbraio il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, aveva sottolineato la necessità di «garantire che nessun territorio venga penalizzato», evidenziando che il passaggio «non può tradursi in un taglio lineare».

Dal lato governativo, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli aveva assicurato una transizione graduale, con il mantenimento temporaneo delle agevolazioni.

Ora la questione passa al vaglio della giustizia amministrativa, con il Tar del Lazio chiamato a pronunciarsi sulla coerenza della riforma con i principi costituzionali e gli obiettivi di coesione territoriale.

Il futuro delle aree interne tra servizi e demografia

Nel frattempo, Autonomie locali italiane ha annunciato un incontro alla Camera dei deputati, dal titolo “il danno della declassificazione dei Comuni montani”, in cui dieci sindaci illustreranno le conseguenze per le rispettive comunità.

Il nodo centrale resta quello del rapporto tra politiche pubbliche e calo demografico. Nei territori montani, la riduzione dei servizi e delle opportunità può innescare una spirale che rafforza lo spopolamento e indebolisce il tessuto economico e sociale.

Il giudizio del Tar sarà quindi determinante non solo per la classificazione amministrativa, ma per il futuro di intere comunità locali.

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