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Caro prezzi, le imprese resistono ma con meno margini | L’analisi

Secondo il Rapporto dell’Istat sulla competitività dei settori produttivi, le imprese in Italia sono state mediamente resilienti rispetto alla crescita sostenuta dei costi dell’energia e dei beni intermedi registrata nel 2022. Ma in molti casi hanno dovuto ridurre i loro margini di profitto. Il report, presentato a Milano, ha evidenziato come le imprese italiane siano riuscite a resistere di fronte all’impennata dei prezzi, in molti casi riversando l’aumento dei costi sui propri clienti, e a mantenere i volumi.

Hanno registrato buoni risultati soprattutto le imprese di costruzioni che hanno beneficiato delle regole sul Superbonus, ma anche quelle del terziario che hanno visto nel 2022 una ripresa della domanda, soprattutto grazie all’esaurimento della pandemia. I consumi delle famiglie in parte hanno tenuto nonostante l’aumento dei prezzi grazie al margine di risparmio che era aumentato durante la pandemia.

«L’industria italiana» ha detto il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi «ha dimostrato di essere forte e capace di stare sui mercati internazionali. È un asset strategico del Paese. Siamo molto contenti di sentire il presidente del consiglio che non vuole disturbare chi fa impresa e che non si crea lavoro per decreto ma lo creano le aziende. Ma chi più dell’imprenditore sa di cosa hanno bisogno le imprese. E quindi ogni tanto qualche suggerimento andrebbe colto». Per le imprese italiane della manifattura, segnala l’Istat, «l’adeguatezza della propria capacità produttiva, il grado di utilizzo degli impianti e le condizioni di accesso al credito forniscono indicazioni compatibili con una fase di potenziale indebolimento della domanda» nel primo semestre del 2023.

Le criticità sono legate soprattutto ai costi di approvvigionamento sull’energia (70,3% delle imprese) e i beni intermedi (59,5%) ma in alcuni casi anche alla disponibilità dei beni necessari alla produzione (28,7%, medio ma con picchi superiori al 75% per altri mezzi di trasporto). Anche nei servizi, le criticità previste per il primo semestre 2023 riguardano in larghissima misura i rincari energetici (circa i due terzi delle imprese) e quelli dei beni intermedi (oltre la metà). Ma a differenza della manifattura un terzo delle unità del terziario prevede anche serie limitazioni nel reperire forza lavoro adeguata, in particolare per le attività a più elevato contenuto di conoscenza (circa il 60% per i servizi legati all’Ict) e per quelle legate al turismo (il 40%).

Per il settore della ristorazione, secondo il Rapporto della Fipe-Confcommercio, è tornata la domanda ma sono cresciuti i costi soprattutto a causa della bolletta energetica. «I pubblici esercizi hanno dovuto fare i conti – si legge – con l’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari ed in alcuni casi con la difficoltà di approvvigionamento per alcuni prodotti e soprattutto con i prezzi fuori controllo della bolletta energetica». Rispetto a inizio 2022 a fine anno il margine operativo lordo (Mol) è diminuito per oltre la metà delle imprese della manifattura mentre per il 5% dei casi è diventato negativo.

Solo il 30,9% delle imprese è riuscito a salvaguardare i margini e l’8,8% li ha addirittura aumentati. Nel terziario i margini delle imprese sono diminuiti nel 45,3% delle unità, e nel 3,3% sono divenuti negativi. Poco più della metà delle imprese, al contrario, è riuscita a difendere i margini, lasciandoli invariati (37,8%) o aumentandoli (12,8%). Nella manifattura le imprese hanno reagito all’aumento dei costi energetici e dei beni intermedi aumentando i prezzi (il 60% delle aziende per l’energia, il 67% per i beni intermedi). Nel terziario l’aumento dei prezzi di vendita è stato meno diffuso (è stato utilizzato da poco più del 30% delle unità, ma in quelle del turismo la quota supera il 56%); si è fatto invece maggiormente ricorso alla riduzione dei margini di profitto (46,5%), al risparmio energetico e alla ricerca di autosufficienza energetica.

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