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Elisabetta Camussi (docente psicologia): «Che vita avremo senza bambini?»

Che vita avremo senza bambini? Se lo chiede Elisabetta Camussi, indagando le questioni della crisi di natalità e dell’incertezza sul futuro da parte delle generazioni più giovani. «Partiamo da una storia semplice, meno svantaggiata e diseguale di altre: Paola e Carlo sono due trentenni di famiglie medio borghesi, lavorano entrambi, convivono in affitto in una delle province lombarde. Hanno studiato: lei laureata ed iscritta ad un ordine professionale, lui, diplomato, con una attività imprenditoriale neoavviata».

«Hanno genitori anagraficamente giovani, in salute, tutti con un lavoro», scrive su Repubblica. «Paola e Carlo si sposeranno il prossimo giugno e sanno di volere dei figli. Eppure, già dicono che, se andrà tutto bene, nato il primo figlio o figlia, non ne faranno altri. Le ragioni? Per immaginarle» scrive l’editorialista «basta aggiungere alla vita “facile” di Paola e Carlo tutto l’insieme di svantaggi potenziali e reali che connotano le vite di giovani e adulti in Italia».

«Combiniamo questi elementi con un ultimo, pessimo, dato: la perdurante assenza (anche in tempi di Pnrr, mancando azioni di sistema ad hoc) di più di metà delle donne dal mercato del lavoro, a cui va aggiunta l’altrettanto sistematica carenza di servizi che supportino le donne, le coppie, le famiglie nella gestione del quotidiano. La soluzione si chiama welfare di prossimità, in altre nazioni europee lo attuano da 30 anni: l’avevamo proposto anche nel Piano Colao, basta decidere di realizzarlo. E in tutto questo proviamo ad immaginare la vita che avremo, senza bambini e bambine intorno. Di che vita quotidiana, presente e futura, parliamo? Che rapporto immaginiamo con la realtà globale, in cui le persone giovani e i nuovi nati sono tanti, osservandola dal nostro piccolo Paese di soli anziani?».

«Fa sorridere sentire tanti di noi che di anni ne hanno 50, 60, 70 e 80 parlare quotidianamente di innovazione e futuro, in assenza dei giovani: e non perché basti essere giovani per essere innovativi, o che non essere giovani significhi solo conservazione. Per produrre cambiamento ci vogliono intelligenza, saperi, expertise, vita vissuta, passioni. Ma anche energia, coraggio, sguardi nuovi, autentica curiosità. Quella di chi prima non c’era (i giovani uomini e donne e i loro figli e figlie), e può migliorare l’esistente o inventare il nuovo. Invece oggi noi innoviamo (o diciamo di farlo), ma non viviamo: lo sentono le persone, lo mostrano i dati sul futuro che non c’è».

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