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[L’analisi] L’industria italiana che produce beni reali è la grande cenerentola della Borsa Italiana

Secondo quanto emerge dal listino della Borsa Italiana le società quotate per settore operativo operano prevalentemente nel settore terziario o quaternario (finanza, banche, assicurazioni, servizi), lasciando pochi spazi alle aziende produttive vere e proprie.

Infatti, quelle che generano beni reali (come industria, costruzioni, materie prime, alimentare) coprono il 35% del totale offrendo l’immagine di un Paese in cui 6 aziende su 10 si dedicano a offrire servizi e solo 4 si danno da fare per coltivare, trasformare prodotti della terra in cibo, preparare macchinari, elevare case, costruire opere pubbliche.

Concentrando l’analisi sulle 40 società del Ftse Mib la situazione sembra ancora più preoccupante, perché le 22 banche quotate valgono il 9% sul totale del listino, ma quelle del Ftse Mib valgono il 20% dell’indice; le società dell’energia sono 7 (meno del 3%), ma nel Ftse Mib figurano in 4 e pesano più del triplo (10,26%); per contro le società legate alle costruzioni sono il 5,35% del totale ma solo la metà (2,56%) è nel Ftse Mib.

Quanto alla capitalizzazione dei vari settori, quella di chi produce è 277 miliardi, quella degli altri è 314. Insomma, l’Italia appare come un’economia in cui i cittadini si sono stancati di lavorare fisicamente e si sono buttati a intermediare denaro, vendere biglietti aerei, gestire reti telefoniche o televisive.

Certo, molti economisti sostengono che è una naturale evoluzione del sistema produttivo mondiale, in cui i Paesi evoluiti e maturi non riescono più a reggere la concorrenza dei Paesi emergenti nei settori produttivi, perché i loro costi sono enormemente superiori a quelle delle economie in via di sviluppo.

Quindi debbono necessariamente concentrarsi sui settori in cui tecnologia, conoscenze informatiche, potenzialità di reti sono ancora determinanti per garantire un successo alle imprese e per assicurare margini di profitto sufficienti a reggere il ritmo della crescita.

Ma lasciando alle economie giovani i settori chiave nella scala dei bisogni si corre il rischio di trovarsi un giorno a non saper più cosa fare per sopravvivere, sommersi da cordless, home banking, advertising, Tv network e privi di grano, carne, mobili. 

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