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[L’intervento integrale] Antonella Polimeni (Rettrice Università La Sapienza): «Una costellazione di responsabilità per costruire una società della conoscenza contro le frettolose verità da internauti»

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Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha tenuto la sua prolusione – che riportiamo integralmente – all’inaugurazione dell’anno accademico 2021-2022, 719° dalla fondazione.

La Sapienza sente più che mai la responsabilità di contribuire, con formazione, ricerca e terza missione, alla creazione di benessere, conoscenza e valori condivisi.

Uso la parola responsabilità consapevole delle sue diverse accezioni sul piano giuridico, morale, etico e psicologico.

“Responsabilità” è una parola entrata relativamente tardi nel lessico europeo, alle soglie della modernità. Intendiamo “la capacità di rispondere” a una sfida, a un’emergenza, a un compito dinanzi a terzi. Se “essere responsabili” vuol dire saper reagire e dar conto delle nostre azioni nei confronti degli altri, “responsabilità” è parola capace di veicolare una grande costellazione di concetti. E come le costellazioni celesti guidavano la rotta degli antichi naviganti, la “costellazione delle responsabilità” guida ora Sapienza nel suo percorso verso la società della conoscenza.

Trasmettere il sapere non può prescindere dalla costruzione, in molti casi ricostruzione, di un sentimento di fiducia collettiva nei confronti della scienza e della cultura. Nel suo essere dovere, scelta, impegno, progetto formativo, responsabilità è però anche, inevitabilmente, un’espressione strettamente connessa con il “prendersi cura”.

La responsabilità verso gli altri è un comportamento volontario dettato dalla consapevolezza delle conseguenze e delle ricadute delle nostre decisioni. Il suo contrario non è tanto l’irresponsabilità, con la quale mantiene un legame dialettico, quanto, piuttosto, l’indifferenza. Riemerge qui l’originaria matrice del latino respondēre, cioè dell’impegnarsi a rispondere, a sé e all’altro, delle proprie scelte.

1.     La responsabilità come dovere

La prima nozione che desidero approfondire è quella di responsabilità come dovere; dovere dei compiti, dei ruoli e delle missioni.

In un momento così importante per le sorti del nostro Paese e del sistema sociale che abbiamo costruito e che stiamo oggi difendendo, gli Atenei rappresentano un punto focale. Sono le istituzioni pubbliche dove sviluppare e mettere alla prova nuovi modelli culturali e organizzativi sostenibili; dove innovare la didattica, creando percorsi di studio più aderenti alle mutate esigenze sociali; dove innovare la ricerca, attraverso il contagio delle idee e dei saperi, e la sperimentazione di nuove forme aggregative, attraverso collaborazioni scientifiche e formative sempre più improntate alla transdisciplinarità e all’internazionalizzazione.

La nostra capacità di innovare – si obietta spesso e non senza ragione – è ostacolata da risorse limitate, dai confini rigidi degli ordinamenti didattici e delle competenze disciplinari, da meccanismi di valutazione necessari, ma basati su parametri talvolta burocratizzati. Nessuna di queste obiezioni, però, sottrae qualcosa alle nostre responsabilità; semplicemente ci permette di mettere a fuoco le difficoltà che siamo chiamati a superare.

Collaborazione, dialogo, ricerca di sinergie, senso etico e del bene comune continuano a essere presupposti necessari, ma non più sufficienti. Quel che serve sempre di più è la capacità di adottare una visione prospettica, in grado di individuare i bisogni futuri e di formare oggi persone che siano in grado di soddisfarli domani.

All’Università spetta la responsabilità di creare competenze che consentano di anticipare, comprendere e risolvere le necessità future, di progettare e formare soft skills, quelle capacità duttili e trasversali che permettono di adattarsi al cambiamento e al tempo stesso di guidarlo.

In Sapienza, questa nozione di responsabilità è stata declinata anche, ad esempio, attraverso la creazione di moduli didattici trasversali sulla sostenibilità e sulla formazione della cultura imprenditoriale.

Oggi la nostra responsabilità accademica poggia su una integrazione delle tre missioni delle Università che risulti coerente con il progetto di Next Generation EU. Di qui, per limitarmi a qualche esempio, deriva l’impegno di Sapienza per ampliare l’offerta di alta formazione condivisa a livello internazionale, sia nella Rete CIVIS, sia con l’incremento significativo di risorse per la mobilità studentesca, inclusi i Dottorati di ricerca. I fondi complessivamente stanziati da Sapienza per la ricerca ammontano a 55,4 milioni di euro, di cui 16 milioni per l’implementazione del fondo ricerca di Ateneo e 6 milioni destinati al fondo per i giovani ricercatori.

L’apertura dell’Anno Accademico coincide con la riapertura alla platea studentesca delle aule didattiche al pieno della loro capienza, azione monitorata da un rigoroso sistema di tracciamento rafforzato dai tamponi molecolari a carico del bilancio di Ateneo. Non abbiamo dimenticato di valorizzare lo sforzo fatto per attrezzare aule e spazi di studio con strumenti informatici capaci di garantire una didattica più attiva e partecipata.

Uno sforzo che in sede di bilancio abbiamo implementato con un investimento per la digitalizzazione di 14,8 milioni di euro, il valore in assoluto più alto in questo settore nella storia di Sapienza.

A fronte di questi impegni, il nostro Ateneo vuole rendere conto del corretto utilizzo delle risorse e della loro coerenza con i propri scopi istituzionali, interpretando la parola “accountability” come capacità di dar prova di responsabilità, di “rendicontare” le conseguenze delle proprie azioni a livello sociale, politico, contabile o comunque collettivo.

2.     La responsabilità come scelta (dell’includere e del prendersi cura)

Assumersi la propria responsabilità, evitando colpe di cui essere “imputabili”, non è sufficiente se vogliamo rispondere all’idea di un’assunzione pienamente cosciente del proprio mandato. Da medico, prima ancora che da Rettrice, penso occorra sottolineare una nozione di responsabilità che sia legata all’idea della “cura”.

L’ho accennato all’inizio. Responsabile non è colui che agisce per evitare i problemi, ma chi, medicando ferite e proponendo rimedi, contribuisce a risolvere quelli della comunità in cui è inserito e che è stato chiamato a governare. Ma questa accezione di cura da sola non basta. Ne esiste un’altra, puramente filosofica, che è la “cura”, nelle parole di Martin Heidegger, ad “impegnarsi in comune per la medesima causa”, la partecipazione autentica e libera diretta a uno scopo.

Non può esistere l’una senza l’altra.

Vogliamo condividere con la nostra comunità accademica e con la società civile un’idea di Università capace di perseguire l’eccellenza e renderla accessibile a tutte e tutti, di favorire il merito senza dimenticare le pari opportunità. Vogliamo essere sempre di più un’Università in cui le politiche per l’inclusione, il riconoscimento e il rispetto dell’altra e dell’altro, che sono la nostra vera “Quarta Missione”, si riflettano pienamente nella didattica, nella ricerca e nel public engagement.

Conciliare eccellenza e inclusione è una delle missioni di Sapienza in cui crediamo di più. I passi compiuti in questa direzione sono chiari, nello sforzo di fare di Sapienza non solo l’università dove capita di incontrare un premio Nobel, ma una comunità educante, inclusiva, accessibile.

Permettetemi di citare, quali esempi di questa nostra visione, il grande investimento sul counselling psicologico e sanitario per tutta la Comunità nell’ambito del progetto “Sapienza Salute”, l’attenzione ai bisogni delle persone con disabilità che abitano il nostro Ateneo e la progettualità, insieme alla Regione Lazio, di un centro antiviolenza. Al contempo, stiamo ampliando le attività in collaborazione con le scuole, abbiamo finanziato borse di studio per favorire l’accesso ai corsi cosiddetti “STEM” e approvato i primi piani triennali per il placement e per l’orientamento e il tutoraggio. Permettetemi anche di ricordare quanto Sapienza ha fatto, sta facendo e farà, con il sostegno delle Autorità di governo dell’Italia e di altri Paesi, della Regione Lazio e di numerose associazioni, per aiutare studentesse e studenti afghani a ritrovare una speranza per il proprio futuro nella nostra Università.

3.     La responsabilità come progetto

Il termine responsabilità coinvolge anche una nozione di progetto attinente alla formazione, alla convivenza e alla fiducia. Oggi più che mai ogni nostro gesto, ancor più come rappresentanti istituzionali, è portatore di responsabilità: nel campo della formazione, dell’insegnamento e, non ultimo, della salute e della sicurezza. Ciò che vogliamo è un “contagio delle responsabilità” tra studenti, docenti e personale tecnico, amministrativo e bibliotecario. Questo “contagio positivo” è anche la missione civile su cui si fonda una democrazia moderna. Contagiare i nostri studenti significa – se posso usare le Sue parole, Signor Presidente – “chiedere ai giovani di impegnarsi, chiedere di non tirarsi indietro, di accettare il rischio e di mettersi in gioco”. Quindi, responsabilità e conoscenza non possono fare a meno della fiducia.

È difficile capire il presente senza interrogarsi sul rapporto tra fiducia e conoscenza, quella “fiducia epistemica” che oggi sembra posta in discussione da momenti di crisi sociale che minano l’autorevolezza dell’azione medico-scientifica e dell’informazione, come è apparso evidente sui temi della campagna vaccinale e dei provvedimenti di sicurezza.

Il nostro compito non è quello di condannare moralmente le posizioni antiscientiste, perché giudicare non è nostro cómpito, ma di renderci pienamente responsabili della formazione di una coscienza collettiva fondata sulla conoscenza. Questo sì che è un nostro compito.

Dove, se non nelle scuole, nelle università e negli ospedali, dovremmo fare del nostro meglio per risanare la ferita di “sfiducia” che si è aperta nella nostra società? Questi sono i luoghi dove dovremmo portare il vaccino della conoscenza, capace di immunizzare da frettolose credulità da internauta, senza per questo demonizzare l’insostituibile ricchezza di tutto ciò che possiamo apprendere navigando online. Perché anche nella navigazione online bisogna esplorare bene, disponendo di un metodo scientifico, cioè selettivo, dubitante e non auto-referenziale.

4.     La responsabilità come esito: verso la società della conoscenza

L’ultima accezione di responsabilità che intendo considerare, quella per cui rivendichiamo la piena autonomia, quella al suo livello più alto, consiste nel rinnovare il contratto sociale che lega innovazione e scoperta – e la loro trasformazione in conoscenza – agli obiettivi della collettività.

La scienza è costantemente presente nella vita dei cittadini; permette di curare, sfamare, dissetare; influenza il clima, la giustizia, la natalità; cambia il nostro modo di consumare, produrre, comunicare; genera ricchezza e modifica il lavoro. In tal modo la scienza influenza la società, dalla quale viene a sua volta influenzata. Per questo, consapevole della rilevanza della sfida, Sapienza ha attribuito nel suo Piano Strategico un posto prioritario alle attività di terza missione, mettendosi a disposizione della società e del territorio.

Rientra in tale ambito il protocollo di intesa tra il nostro Ateneo e il Ministero per la Pubblica Amministrazione volto a realizzare un piano formativo per rafforzare le competenze e aumentare il numero di laureati presenti nelle pubbliche amministrazioni.

Sapienza è fortemente impegnata a consolidare il rapporto con il territorio di riferimento: città, regione, scuole, terzo settore, imprese e istituti penitenziari, anche con la creazione del Polo Universitario Penitenziario. Lo stiamo facendo mettendo a sistema tutte le nostre strutture, perseguendo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030 e incentivando le azioni ad opera dei più giovani con fondi dedicati alla terza missione all’interno di un significativo bando interamente finanziato dall’Ateneo.

Signor Presidente della Repubblica, Illustri Ospiti, Studentesse e Studenti, Colleghe e Colleghi, il funzionamento di una democrazia avanzata e la sua capacità di attribuire rilevanza all’evidenza richiedono che i cittadini “sappiano di scienza”.

La società della conoscenza è l’esito più democratico, aperto e fruttuoso del rapporto tra scienza e cultura, perché la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui progressi scientifici amplia il consenso a decisioni politiche fondate su evidenze scientifiche. È alla luce di questa interpretazione che le Università e gli Enti di ricerca assumono il mandato di svolgere un ampio insieme di attività rivolte alla società.

Questi pilastri indirizzano i nostri interventi sulle traiettorie condivise del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza. Non si tratta solo di assumersi responsabilità; si tratta di non rinunciare al privilegio di contribuire alla crescita pacifica e democratica della società contemporanea e del nostro Paese.

Scienza, formazione, società. Una costellazione di responsabilità per noi indissolubile e, al tempo stesso, indispensabile per il nostro comune futuro. Voglio ricordare, e concludo, il pensiero della due volte Premio Nobel Maria Curie, che considerava le attitudini richieste da una vera vocazione scientifica come “una cosa infinitamente preziosa e delicata, un tesoro raro che è criminoso e assurdo lasciar perdere, e sul quale bisogna vegliare con sollecitudine per offrirgli le possibilità di rivelarsi”.

“Vegliare con sollecitudine”: questo è il nostro “prendersi cura”, questo è lo scopo che rappresenta al meglio la vocazione responsabile delle Università, e di Sapienza in modo particolare.

Grazie dell’attenzione.

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