Ambiente, homeworking, negozi di vicinato, slow world: ecco alcune lezioni del covid-19

L’epidemia finirà. Sono finite tutte le epidemie che il genere umano ha affrontato. L’epidemia finirà. Ma quello che verrà dopo dipende in grande misura da ognuno di noi. Se arriverà la notte o un nuovo giorno dipende dal mondo come lo faremo. Nei giorni bui alcune associazioni ambientaliste hanno affermato che il virus sarebbe stato trasportato dalle polveri sottili. Non ne avevano le prove, nessuno ne ha le prove.

Ma cosa importa se avevano ragione o no? Qualcuno pensa forse che le polveri sottili facciano bene alla salute? E allora la prima lezione, la più grande, la più ineludibile è questa: quando tuo figlio – visto che oggi i bambini vedono tutta questa gente mascherata e pensano che tutto stia andando male – ti chiederà serio e preoccupato “cosa posso fare per stare bene, perché tutti stiamo bene?”, rispondigli semplicemente “rispetta l’ambiente”. Troppo facile? Non credo proprio.

Impariamo dalle lezioni utili. Incentiviamo quello che d’ora in poi chiameremo con il suo nome, non più smartworking, che dà l’idea di un giochino, si chiama homeworking, lavoro da casa. Il lavoro è duro, non si può fare dello spirito su chi lavora da casa: se non fa nulla, è colpa di chi lo dirige. Perché in Svezia nessuno lo discute e in Italia, invece, l’unica cosa per cui se ne parla è perché la gente se ne approfitterebbe? Diamo obiettivi misurabili che non siano il turno in ufficio, la timbratura del cartellino, la foglia di fico della presenza. Un nuovo concetto del tempo di lavoro, più flessibile, volontario, che finalmente potrebbe avvantaggiare anche le donne. Riducendo le necessità di spostamento e di trasporto pubblico o privato. Meno inquinamento. Trasporti pubblici dove il distanziamento è più facile e le autostrade meno intasate.

Un altro insegnamento che dobbiamo raccogliere da questa esperienza è la rivalutazione dei negozi di vicinato e anche più in generale dei prodotti a chilometri zero. La frutta e la verdura di stagione, l’ortolano sostenibile potremmo chiamarlo. Portare ogni giorno sulle nostre tavole le fragole a gennaio non è privo di costi, neppure di costi sulla sostenibilità dell’economia e dell’ambiente. Anche questo favorisce la riduzione dell’inquinamento, il miglioramento delle condizioni ambientali.

Ma perché ci interessano tanto le condizioni dell’ambiente se non è provato che esista una relazione tra inquinamento e Covid? Facciamo un passo indietro, parliamo dei salti di specie. Questo virus, come altri in passato, ha fatto un tuffo dal pipistrello ad un ospite intermedio, il pangolino. E da qui un altro tuffo nell’uomo. Pare si sia trovato bene. Quindi la colpa è dei pipistrelli? O dei cinesi che mangiano animali selvaggi? No.

La responsabilità è di un sistema di sviluppo a due cifre che da molti anni ha trasformato un grande Paese asiatico in un Paese anonimo, che se visitate ha autostrade e grattacieli uguali ovunque. È diventato un non luogo, come potrebbe essere un aeroporto, un mall, un outlet. Solcando quelle strade chi potrebbe dirci se siamo a Chicago, a Pechino o nel centro di Shangai? Ogni riferimento a precedenti culture è stato accuratamente sradicato, cancellato. Leggete La porta proibita di Tiziano Terzani e tutto vi sarà più chiaro.

Ascoltando Ilaria Capua, avete imparato che i pipistrelli non hanno più un habitat, così come molti altri animali. I pipistrelli non sono inutili, mantengono un equilibrio tra le specie, finché possono farlo: oggi, come altre specie in pericolo che non sanno più dove stare, si avvicinano all’uomo. Allevamenti di maiali con milioni di capi non sono fake. Esistono. Nel 2017, ultimo dato disponibile, in Cina sono nati settecentocinque milioni di maiali. Avete letto bene. Mentre noi ci occupiamo e facciamo giuste leggi sul benessere animale, in altri luoghi del mondo ci sono allevamenti intensivi dove non esiste l’aria per garantire lo spazio fisico per potersi muovere.

Nel sud della Cina una società agricola privata gestisce due allevamenti di scrofe a sette piani e ne sta costruendo altri quattro, tra cui uno di 13 piani che sarà il più alto del mondo nel suo genere. Alla Yangxiang ci saranno 30 mila scrofe su 11 ettari di sito, che partoriranno fino a 840 mila suinetti all’anno: sarà l’allevamento più grande e più intensivo del mondo.  Ma in altre province molte operazioni simili sono in corso.

Il popolo Cinese è un grande popolo, è stato capace di grandi scoperte, di grandi rivoluzioni, di grande sviluppo. Tutti ci aspettiamo che possa dare al mondo una nuova traccia, una strada da percorrere nuova per tutti. Sostenibile. Il mondo la aspetta, vorrei dire la esige.

Non sono un romantico nostalgico del passato, ma neppure voglio un futuro robotico e senza contatti umani, dove tutti siamo in balia delle multinazionali della comunicazione e di chi ci confezionerà pasti fatti da pillole colorate, come nei film di fantascienza, come in Wall-E. Solo che la fantascienza è già cominciata. Abbiamo apprezzato, e utilizzato, gli strumenti per le videoconferenze, per l’insegnamento a distanza, per i webinar. Non avremmo potuto farne a meno, abbiamo gestito tutta l’emergenza in quel modo. Ma abbiamo bisogno di regolare quel mercato, i dubbi sulla riservatezza delle sessioni non li esprimo io, lo hanno fatto anche i nostri servizi di sicurezza.

Se non vogliamo che il salto di specie possa diventare uno sport ufficiale, dobbiamo prendere coscienza che l’economia circolare, cioè quella che consente di lasciare il mondo come lo abbiamo trovato, dalle fonti energetiche rinnovabili alla decarbonificazione, dall’abolizione della produzione della plastica alla riduzione certificata della temperatura nelle case e negli uffici d’inverno, dove accade che si sia costretti a volte a tenere aperte le finestre per il caldo. C’è da fare per il design e gli architetti, nella progettazione dei flussi di ventilazione e nell’abolizione degli ambienti senza luce e possibilità di ventilazione naturale.

C’è da fare per gli amministratori per moltiplicare le vere piste ciclabili e per consentire ai cittadini di poter davvero dire biciclette first, con le auto che si fermano al semaforo dieci metri prima e le biciclette stanno tutte davanti, in ogni città. Ma se l’economia deve trasformarsi, come potrà esserci sviluppo, come potremo ridurre la povertà? Regolando finalmente la finanza, responsabile in contumacia della crisi del 2008, restituendo valore alla produzione e orientandola ai beni e ai servizi coerenti con la difesa ossessiva dell’ambiente.

Si tratta a oltranza, qui alla fiera di Madrid dove è in corso la 25ª conferenza sul clima. “How long does it take, finché serve”, fanno sapere dalla presidenza del vertice ONU. Sarà pure “tempo agire” come ricorda ossessivamente lo slogan dell’evento organizzato in terra di Spagna. Ma nella realtà dei fatti le prossime ore più che all’azione saranno dedicate al disperato tentativo di evitare che questo vertice si trasformi in un flop. Le posizioni sono ancora distanti, come confermano i continui rinvii di conferenze stampa che, nel pomeriggio, avrebbero dovuto comunicare i progressi fatti. E a nulla valgono i cori dei ragazzi che, qui a Madrid come a Torino, chiedono a gran voce di non rinviare ulteriormente le misure necessarie.  (Repubblica, 13 dicembre 2019).

Mentre scrivevo queste ultime righe avrei pianto, ricordando il risultato finale nullo, neanche un comunicato, e il rinvio a quest’anno, al vertice di Glasgow. Già, ovviamente, rinviato per Covid.

L’economia dovrà trasformarsi, la produzione dovrà riorientarsi, ma non per produrre miliardi di inutili mascherine chirurgiche per i cittadini che non ne avranno bisogno, ricordate le mascherine di cotone? Per produrre beni coerenti con le esigenze di sostenibilità ambientale. Auto a emissioni zero per tutti, non soltanto per chi ne fa uno status symbol. Energia da fonti rinnovabili, investimenti per l’isolamento termico dei nostri edifici. Produrre ortaggi con agricoltura verticale, come già giovani agricoltori stanno facendo in tutta Europa.

Chi ha detto che non ci sarà sviluppo? Certo che ci sarà, ma le resistenze di chi produce oggi combustibili fossili non saranno all’acqua di rose, dobbiamo prepararci a convincere le persone che non possiamo tornare indietro, all’epoca del pre-Covid. Dobbiamo fare in modo che le prossime primavere somiglino all’ultima che abbiamo vissuto, non per il lockdown, ma per l’assenza d’inquinamento, per i colori nitidi del cielo, per gli sforamenti assenti nella misurazione delle polveri sottili in una delle aree più inquinate d’Europa com’è la Pianura padana. L’economia sarà circolare, non consumeremo più ulteriore suolo, dovremo ricostituire boschi e foreste, manutenere e regimare le acque. E non avremo comunque sviluppo, nei Paesi vecchi come il nostro, se non investiremo sulle famiglie, sui servizi all’infanzia, sulle donne, sui congedi di maternità e paternità.

Chi sviluppa un Paese se non i suoi giovani, forse coloro che fanno i pensionati? Le città dove il 50% delle famiglie è fatta da una sola persona, per giunta in pensione? Dobbiamo tornare a vedere i bambini come fonte di gioia, non di problemi, come i progetti che tengono insieme le famiglie e, in definitiva, le comunità. È per questo che il mondo come lo faremo sarà più giovane, e le leadership saranno fatte sempre più da trentenni, quarantenni, donne, persone in grado di dare il meglio di loro per la nostra comunità.

Se dobbiamo avere una visione verso il futuro, un modello differente dal mondo che conosciamo, chi meglio dei giovani ci può guidare? E poi, in questo caso, non è una possibilità, è un dovere. Nessuno può sottrarsi a dare il proprio contributo, altrimenti i buoni propositi come “saremo tutti migliori”, “niente sarà più come prima” diverranno, come spesso succede, ipocrisie retoriche a buon mercato. Saranno come propositi di Zeno, descritti da Italo Svevo.

Quando ci accorgeremo che il mondo sta cambiando? Ogni crisi è una rottura, una separazione, un giudizio. L’ultima vera crisi culturale che ricordo è quella della fine degli anni Sessanta. Che il mondo stava cambiando ce ne accorgemmo dall’arte, dalla cultura, dal fiorire di nuove espressioni musicali, pittoriche, nel cinema. Ecco, la crisi non è un’accezione necessariamente negativa, può diventare invece una ricomposizione più alta, più moderna, dell’espressione del coltivare, dell’abitare, della cura. La coltivazione, la cultura appunto, degli esseri umani, in particolare dei giovani, la loro educazione. Le conoscenze, le tradizioni, i saperi, nuovi.

Sono innamorato delle band e degli artisti degli anni 60 e 70 ma per favore, fatemi ascoltare musica nuova, più alta di quella, che resista almeno altri cinquant’anni allo scorrere del tempo.

Ci accorgeremo del mondo che sta cambiando quando il nuovo stare insieme, la nuova comunità, i nostri giovani, il mondo infine, produrrà nuovamente genialità come Andy Warhol, I Beatles, i Rolling Stones, Federico Fellini, Sergio Leone, Bernardo Bertolucci, e quelli che più tardi hanno solcato le loro orme. È la cultura e lo stare insieme che riflettono i cambiamenti della società. Con tutto il rispetto, oggi è ancora tutto piatto, niente ha una nuova carica dirompente capace di resistere a lungo nella memoria. Se il mondo cambierà come vogliamo, proveremo di nuovo lo stupore e il fascino e la gioia semplice di quando abbiamo ascoltato la prima volta Satisfaction o We can work it out, o osservato la Marylin Monroe di Andy Warhol.

Certo, per cambiare questo mondo noi dovremo fondare un nuovo concetto dello spazio e del tempo. Lo spazio non è infinito, dovremo prenderne atto. Il tempo non sarà più solo il presente dilatato cui siamo abituati.

Se in casa vostra comprate un divano nuovo, quello vecchio lo lasciate a far bella mostra di sé? Allora perché quando un distributore di benzina chiude perché se ne fa uno più grande a qualche centinaio di metri, l’altro lo lasciamo per anni e anni abbandonato, inquinante e indisturbato a impedire che la terra si riprenda il suo spazio?

Questo è l’esempio più semplice, forse anche il più stupido, per dimostrare come il bene più prezioso che abbiamo lo trattiamo con inciviltà, altro che we care. È l’esempio microscopico di quello che avviene su scala planetaria con le nuove città, i nuovi insediamenti, tutto ciò che occupa spazio, rendendo indistinguibile un ospedale da un resort con migliaia di stanze. Gli equilibri tra le specie sono fragili, come quello di un funambolo con un lungo bastone tra due appoggi lontani; la sua corda oscilla perennemente. Farlo cadere è la cosa più semplice. Siete sempre convinti che la colpa di tutto è del pipistrello. O domani del maiale?

Il tempo ha subito lo stesso destino. Un presente dilatato soppianta ogni concetto di ciò che è stato, l’era digitale ha promesso e promette l’impossibile, un nuovo modello di smartphone ogni anno, anzi ogni sei mesi. Ogni desiderio va esaudito in qualche ora. Quello che si chiama operations ci mette a disposizione tutto ciò che vogliamo in un soffio: il nuovo modello di televisore, un gioiello esotico, la maglia ufficiale dei Los Angeles Lakers.

I desideri, come i viaggi, non rispondono più alla poetica di Marcel Proust: “Il vero viaggio (il desiderio) non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, ma piuttosto a quella amara di Oscar Wilde: “Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Lo sviluppo della logistica consente che tutto questo possa avvenire da oggi a domani. Magazzini enormi custodiscono tutti i desideri degli uomini e li portano nelle nostre case come Santa Klaus. Ma non a Natale, trecentosessantacinque giorni all’anno. Sempre più spazio per ridurre il tempo al minimo.

E dire che l’industria dell’auto ha imparato da tempo il just in time. Infatti prima della crisi Covid l’attesa per un’auto ambita e personalizzata era di molte settimane, non eravamo più abituati a vedere enormi piazzali occupati da automobili ferme sotto al sole ad abbronzarsi. Se vogliamo metterci in sintonia col mondo, non vedo grandi alternative ad uno slow world, parafrasando quello cui ci ha abituato quel visionario di Carlo Petrini, con tutto ciò che significa. In termini di recupero e restituzione di spazio. Offerta e riappropriazione del tempo.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.