Dopo la prima settimana non è ancora chiaro se la COP30 riuscirà a portare avanti le ambizioni dichiarate in apertura. Era scontato che l’ambizioso discorso di Lula all’avvio dei lavori per gli impegni concreti indicando date per un’uscita progressiva dalle energie fossili, si sarebbe scontrato da subito con la diversa visione dei paesi produttori di petrolio.
La posizione ambigua del Brasile non aiutava a fare chiarezza, visto che grazie alle nuove concessioni petrolifere approvate da Lula stesso il paese si appresta a diventare primo produttore di petrolio dell’America latina.
Le tempistiche della roadmap non sono state oggetto delle discussioni della prima settimana, la presidenza brasiliana ha lavorato però sul documento da portare in plenaria con l’obiettivo di aggregare il consenso di almeno un centinaio di paesi di peso. Brasile, Regno Unito, Germania, Francia, Danimarca, Colombia, Isole Marshall e Kenya sostengono una roadmap con scadenze precise, altri 60 paesi sarebbero favorevoli.
Il confronto sarà aspro, il timore è quello di un veto da parte dell’Arabia Saudita e degli altri paesi produttori di petrolio, ma quanti tra i 200 che hanno aderito a Baku all’obiettivo della decarbonizzazione al 2050 si vogliono adeguare alla necessità di definire un percorso dopo la defezione degli Stati Uniti?
Una spia del tono delle discussioni che si apriranno questa settimana può essere letta anche da come i paesi stanno reagendo ad un’altra iniziativa promossa dalla presidenza brasiliana.
Nel discorso di apertura, Lula ha anche portato alla COP per la prima volta il tema dell’integrità dell’informazione climatica, proponendo l’adesione alla “Declaration on Information Integrity on Climate Change“.
È un documento preparato nell’ambito della nuova Global Initiative for Information Integrity on Climate Change, sviluppata dal Brasile insieme a UNFCCC, UNESCO e altre istituzioni internazionali.
I governi firmatari dovrebbero impegnarsi a varare normative che proteggano la produzione di conoscenza scientifica e stabiliscano meccanismi per contrastare campagne di disinformazione organizzata. Solo 13 paesi, di cui 7 europei (ma non l’Italia che all’ONU aveva in qualche misura assecondato Trump), hanno sinora aderito.
Ora l’aspettativa è che si ampli la coalizione dei paesi firmatari. La definizione di indicatori per misurare la qualità dell’informazione climatica e il coinvolgimento strutturato delle piattaforme tecnologiche per la produzione del primo report di avanzamento entro la prossima COP richiedono un’ampia adesione.








