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Unimpresa: “regna l’incertezza sugli ammortizzatori sociali”

Unimpresa, l’Unione nazionale di Imprese, lancia l’allarme. C’è qualcosa che non va nel decreto Rilancio con il divieto di licenziamento e con gli ammortizzatori sociali, a partire dalla cassa integrazione. A parlare è il consigliere di Unimpresa, Giovanni Assi. “Il divieto di licenziamento è di fatto scaduto il 17 maggio ed è stato prorogato dal Decreto Rilancio anche se con un pastrocchio e conseguente vuoto normativo di un paio di giorni, poiché il  secondo provvedimento d’urgenza è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale giorni dopo.

Insomma, per Unimpresa “regna l’incertezza, ma in ogni caso per la quasi  totalità delle imprese le nove settimane di ammortizzatori sociali introdotte per l’emergenza Covid-19 sono terminate ormai  da un pezzo, considerando che molte aziende hanno fatto decorrere la loro cassa integrazione a partire dal 23 febbraio  2020. Non solo. Molte di queste aziende – continua Assi – non hanno ancora  riaperto o hanno riaperto ad organico ridotto, i consumi sono  fiaccati dai problemi economici dei cittadini e dai paletti  sulle riaperture: ne consegue che ad oggi milioni di lavoratori  si ritrovano a casa senza un sostegno al reddito. Tutto questo  senza dimenticare i ritardi ancora registrati sul fronte Inps  per l’erogazione degli ammortizzatori sociali (soprattutto per i  lavoratori in Cassa integrazione in deroga) di marzo 2020”.

“I divieti di licenziamento, però – spiega Assi – non consentono alle imprese di  risolvere i contratti di lavoro, con benefici non indifferenti, sul piano economico, per i loro dipendenti. Fatto sta che sia i datori di lavoro sia i dipendenti hanno le mani legate, con i primi costretti a subire costi maggiori e i secondi a percepire  sussidi meno generosi. Questi paletti – continua il consigliere Unimpresa – creeranno da qui a pochissimi giorni solo delle fortissime tensioni all’interno delle aziende, con da un lato gli imprenditori che vedranno terminare il periodo  massimo di cassa integrazione entro fine maggio, non saranno  ovviamente nelle condizioni di riprendere a pieno organico la  loro attività, ma al tempo stesso non potranno neanche licenziarli (almeno fino al 17 agosto 2020) consentendo così ai lavoratori stessi – conclude Assi – di accedere alla più vantaggiosa Naspi che invece assicurerebbe un’indennità mensile immediata e  più cospicua”.

CASSA INTERGRAZIONE
Secondo il calcolo nel documento realizzato dal consigliere nazionale di Unimpresa, brutte sorprese per i lavoratori in  cassa integrazione: “l’indennità versata a marzo è risultata generalmente assai più bassa rispetto alle  aspettative e alle previsioni. Il sussidio, pari a 938,89 euro lordi, si è tradotto in un assegno netto di circa 750 euro,  vale a dire, in molti casi, meno del 50% delle retribuzioni  riconosciute ai lavoratori dipendenti dalle loro aziende.  L’indennità pagata (solo a una parte degli aventi diritto)  dall’Inps per il mese di marzo è, su base oraria, pari a 5,34  euro lordi, cifra che, al netto delle trattenute fiscali,  diventa circa 4 euro l’ora.

Secondo Unimpresa, inoltre, i tetti per la cassa  integrazione guadagni versati dall’Inps, per marzo e aprile,  hanno un importo massimo mensile di 939,89 euro lordi, assai  piu’ basso della Naspi grazie alla quale un lavoratore  percepisce una somma parti al 75% effettivo della retribuzione  fino al tetto di 1.227,75 euro, soglia oltre la quale si  aggiunge una cifra aggiuntiva pari al 25% della parte eccedente  il tetto.  “La cassa integrazione – osserva Assi –  oltre a portare con sè ritardi ingiustificati gravemente dannosi per le aziende e, soprattutto, per i loro  lavoratori, ha dunque creato sorprese amare. Tutto ciò con  conseguenze devastanti sull’economia familiare: non solo non  hanno percepito il salario per due mesi, ma, quando è arrivato  il sussidio, hanno scoperto che è non percepire uno stipendio  per quasi due mesi e poi vedersene arrivare uno “tagliato” del  50% metterebbe in ginocchio qualunque famiglia italiana.

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