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Un accordo voluto da Trump ma appeso a un filo | L’analisi di Maurizio Molinari

L’accordo sulla liberazione degli ostaggi israeliani e il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza è frutto delle forti pressioni esercitate da Donald Trump ma è appeso a un filo, commenta Maurizio Molinari su Repubblica. Si tratta infatti di un compromesso fragile perché tanto Israele che Hamas lo interpretano solo come una tappa verso un obiettivo strategico che permane: eliminare l’avversario.

Per questo motivo, l’ostacolo spuntato e rientrato nell’ultim’ora sul controllo del corridoio Philadelphi – che separa la Striscia dall’Egitto – è lo specchio di una vulnerabilità intrinseca ad ogni dettaglio del compromesso raggiunto dai mediatori a Doha.

A rendere possibile la tregua dopo 15 mesi di guerra feroce, con un bilancio pesante di vittime e sofferenze civili su entrambi i fronti, sono state le forti pressioni del presidente americano eletto, Donald Trump, che ha minacciato di scatenare l’“inferno” per far comprendere a tutte le parti in causa – inclusi Qatar, Iran e Turchia, protettori di Hamas – che il prezzo del fallimento sarebbe stato troppo alto da sopportare.

Poiché la richiesta di Trump è sempre stata di raggiungere l’intesa sulla liberazione degli ostaggi entro il giorno del suo insediamento a Washington, il 20 gennaio, il fattore-tempo ha imposto di ricorrere all’unico schema d’accordo già esistente – tre fasi successive per superare gli ostacoli – frutto della mediazione del presidente uscente, Joe Biden, avvenuta in estate.

Ma se questa è la cornice della forte pressione esterna, risultato della collaborazione de facto fra Trump e Biden, che ha portato Hamas e Israele a convergere sulla tregua, i contenuti concordati sono resi vulnerabili dal fatto che i contendenti restano convinti di avere entrambi almeno un’altra mano a disposizione per poter prevalere sull’avversario.

Israele ritiene che Hamas sia in ginocchio. Ma Hamas interpreta lo stesso accordo in maniera opposta perché la liberazione di un numero limitato di ostaggi nella prima fase gli consente di sfruttare la pausa di 42 giorni per tornare in possesso delle aree della Striscia da cui l’Idf si ritirerà.

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