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Trump si è ficcato da solo in un vicolo cieco. E ora è offuscato dalla rabbia | L’analisi del politologo internazionale Ian Bremmer

Ian Bremmer è basito: “Non sono abituato a sentire il presidente degli Stati Uniti che usa parolacce pesanti.

Ma il vero problema, secondo il politologo di fama internazionale fondatore di Eurasia, è cosa dimostra il linguaggio di Trump: “È arrabbiato perché la guerra va male, però non ha nessuno da incolpare se non sé stesso“.

Lo spiega in una intervista al quotidiano La Repubblica.

Vede il conflitto in termini personali, non nazionali, e ciò offusca le sue capacità decisionali.

Dimostra che Trump è arrabbiato e frustrato per quanto male sta andando la guerra.

Credeva davvero che tutto si sarebbe risolto nel giro di pochi giorni con una grande vittoria.

Gli iraniani avrebbero capitolato dopo che lui”, insieme agli israeliani, “ne aveva decapitato la leadership.

Invece non solo si sono rifiutati di arrendersi incondizionatamente”, come lui aveva preannunciato al G7 sostenendo che lo avrebbero fatto da un momento all’altro, “ma hanno anche dimostrato grande resilienza, una forte volontà di continuare a combattere e una notevole capacità di creare disagi nello Stretto.

E Trump, in realtà, non può fare nulla al riguardo.

Perciò è davvero furioso.

Ciò lo porta a continuare a fare la voce grossa e lanciare tutte queste minacce che, finora, si sono rivelate del tutto inutili.

Credo di non aver mai visto Trump così personalmente frustrato e arrabbiato per una politica che è stata creata proprio da lui.

Parte del problema è che non ha nessuno a cui addossare la colpa.

Lui vorrebbe, ma la responsabilità è solo sua.

La cosa giusta ovviamente sarebbe arrendersi, perché più va oltre, più il conflitto si aggrava, ma questo non rientra nel vocabolario di Trump.

Perciò, come un giocatore d’azzardo che subisce perdite sempre più profonde, ogni volta raddoppia semplicemente la puntata, sperando di riuscire a dimostrare di aver vinto e di potersi alzare dal tavolo.

L’Iran è stata la peggior scelta in politica estera della sua presidenza.

Il suo processo mentale riguarda più sé stesso che il Paese, perciò non gode di alcuna fiducia come Comandante in capo, nemmeno da parte dei suoi collaboratori più stretti.

Basta sentire i commenti degli ex capi degli Stati Maggiori, che hanno competenza, conoscono il processo decisionale, e sono preoccupati che Trump non stia facendo l’interesse del popolo americano.

Sì, è decisamente un pericolo.

Gli alleati sono sempre più apertamente contrari a ciò che sta facendo.

Lo abbiamo visto con i francesi, ma ora anche gli italiani, con Meloni che ha preso le distanze in modo molto netto.

Ad eccezione di Israele, non c’è quasi nessun paese al mondo che lo sostenga.

Sembra proprio di sì, però quando parlo con i vertici militari statunitensi mi dicono che non esistono scenari favorevoli per le truppe.

Lui sta inviando 12.000 soldati ma non saranno sufficienti.

Possono effettuare incursioni di terra nel tentativo di neutralizzare altre postazioni missilistiche e depositi di droni.

Potrebbero occupare le tre isole contese al centro dello stretto di Hormuz o Kharg, che però richiederebbe tra 12.000 e 15.000 soldati.

Poi sarebbe difficile tenerle, perché starebbero sotto il fuoco nemico.

In privato Trump ha detto che si aspetta un altro mese di guerra, ma così rischia che l’intervento si prolunghi senza fine.

Gli attacchi hanno consolidato il potere della Guardia rivoluzionaria.

L’economia è distrutta ed è possibile che fra sei mesi o un anno emergano minacce per il regime, ma non ora.

Ci sono tre possibilità: la coalizione per riaprire Hormuz, le trattative di Pakistan e Cina, l’Onu che lavora per far passare i fertilizzanti.

Trump dovrebbe usarle tutte per dichiarare vittoria e disimpegnarsi.

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