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Smaschilizzare la Chiesa, la sfida di Papa Francesco | L’analisi del vaticanista Carlo Di Cicco

Che fatica essere donne! Non solo nel quotidiano segnato dalla violenza e dal femminicidio. Faticano anche nella Chiesa le donne! E non solo in quella cattolica. In un libro di circa 100 pagine curato di recente da una studiosa teologa, convinta che la donna non debba necessariamente diventare prete per contare nella comunità cristiana, si raccontano esperienze analoghe della fatica delle donne nelle Chiese evangeliche, nell’ebraismo, nelle comunità musulmane e buddiste.

Le sette testimonianze proposte confermano che in ogni esperienza religiosa – analogamente ai contesti sociali, politici, culturali, professionali – le donne non se la passano benissimo. Si intravedono finestre di luce nuova dove più e dove meno, ma l’antichissima consuetudine di ritenerle minorenni, inadatte, succursali del primato maschile in tutto e per tutto, permane. Su ogni linea di progresso delle donne appena intravisto, segue una infinita discussione per vivisezionarla, contrastarla, sminuirla, accettarla in misura minimale, ricorrendo in ultima istanza alla Bibbia e alla pratica originaria della Chiesa.

In realtà la narrazione biblica delle origini sancisce il punto di partenza sempre disatteso, fino ai nostri giorni. Maschio e femmina, uomini e donne sono alla pari immagine del Dio creatore. In quanto complementari né l’uomo né la donna possono arrogarsi la rappresentanza di Dio che, per la nostra comprensione, viene raffigurato parimenti come padre e madre. E se la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli invoca Dio come Padre nostro, tutti restiamo figli alla pari dello stesso Padre.

La discriminazione della donna, sotto ogni forma, riposa sull’equivoco presuntuoso del maschio di essere un tantino più simile a Dio e partecipe esclusivo della sua autorità. Il giudizio inveterato sulla minorità delle donne escluse perciò da funzioni e responsabilità sacre dovrebbe ormai rappresentare un residuato del passato. Allora si arrivò addirittura a ritenere che le donne fossero prive di anima (e tuttavia si esigeva da loro puntuale pratica e obbedienza a ogni dettame religioso!); oggi nei maschi permane un inconscio collettivo di superiorità che li abilita al potere.

Non sono soltanto i femminicidi e le violenze di genere che si perpetuano perfino nelle famiglie tradizionali a rappresentare la trincea finale di un’equa parità tra uomini e donne, ma anche lo sbarramento pervicace alla parità nelle comunità religiose di ogni tipo. Nell’ambito delle fedi si confonde una domanda di parità con lo scippo presunto da parte delle donne di un potere considerato esclusivo appannaggio maschile. Lo documenta proprio la breve pubblicazione di sette testimonianze curate da Marinella Perroni su esperienze vissute da donne entro le comunità religiose di appartenenza. Emerge con evidenza che le donne-teologhe o esperte dei libri sacri della propria religione vedono con nitidezza ciò che gli uomini anche in posizioni apicali nelle rispettive religioni, si rifiutano di vedere.

Si dimentica con facilità la pari somiglianza di maschi e femmine all’unica divinità creatrice della Genesi. Con cavilli estranei al messaggio biblico si è mantenuto per millenni in esclusiva maschile un primato che andava condiviso. La reticenza a procedere verso la parità effettiva si manifesta anche in figure religiose importanti e innovative. E’ indicativo in proposito un raffronto a distanza tra un papa aperturista come è ritenuto e lo è Francesco e la domanda delle donne che chiedono di poter essere di più nella Chiesa.

Rivendicare più potere nella Chiesa significa – stando al Vangelo – maggiore disponibilità al servizio. Gesù è stato un maestro inarrivabile nel servire da subito e sempre prima di rivendicare la sua natura di Figlio di Dio. Ha servito prima ancora di insegnare. Una lezione che i suoi discepoli hanno capito lentamente e mai pienamente praticata. Anzi nel tempo si è creata la piramide della gerarchia anziché la fraternità che tutti accomuna davanti all’unico Maestro. Identificare i discepoli con l’unico Maestro, ha portato divisioni e danni alla Chiesa. La leadership di Pietro è stata esercitata con saggezza, aperta ad accogliere il contributo di tutti prima di decidere anche in materia grave.

Ponendo in primo piano il santo popolo di Dio infallibile in credendo, Francesco spinge la Chiesa a fare un lungo passo di conversione verso un’identità paritaria tra i battezzati: uomini e donne, piccoli e grandi, ministri e fedeli, ciascuno secondo il ruolo svolto. Il ruolo tuttavia non deve essere motivo discriminante, quanto motivo di servizio e d’impegno. Da quando, dopo il concilio Vaticano II, la richiesta del sacerdozio alle donne è cresciuta, la resistenza clericale a questa domanda – giudicata una pretesa – è stata evidente. Il magistero ecclesiastico si è difeso in ogni modo, dilazionando e rinviando la questione perfino con motivazioni fragili. Da subito si rispose che neppure un papa poteva concedere il sacerdozio femminile dal momento che tutti gli apostoli erano degli uomini.

Grazie a un grande teologo come va considerato Hans Urs von Balthasar, la questione si è arenata anziché sul “no” dovuto alla mascolinità degli apostoli, sui due principi costituivi della Chiesa: il principio petrino e il principio mariano. Pietro ha avuto il governo, Maria la madre di Gesù rappresenta l’amore, cuore della Chiesa. L’amore conta più del potere e quindi perché lamentarsi da parte delle donne? Il punto di vista di von Balthasar è stato evocato da Giovanni Paolo II per confermare il suo “niet” al sacerdozio ministeriale esteso anche alle donne. Il tema è stato ripreso da Francesco nel suo incontro il 30 novembre scorso con la Commissione teologica internazionale creata da Paolo VI nel 1969. Resta in carica per 5 anni prima del rinnovo. La prima donna fu nominata nel 1997.

Attualmente su 28 membri della Commissione, solo 5 sono donne. Il discorso di Francesco è molto interessante benché breve, fatto a braccio a motivo della sua bronchite, dando per letto il discorso ufficiale già stampato. “Ringrazio per quello che fate. La teologia, la riflessione teologica, è molto importante. Ma c’è qualcosa che non piace a me di voi, scusatemi la sincerità. Una, due, tre, quattro donne: poverette! Sono sole! Ah, scusami, cinque. Su questo dobbiamo andare avanti! La donna ha una capacità di riflessione teologica diversa da quella che abbiamo noi uomini. Sarà perché io ho studiato tanto la teologia di una donna. Mi ha aiutato una tedesca brava, Hanna-Barbara Gerl, su Guardini. Lei aveva studiato quella storia e la teologia di quella donna non è tanto profonda, ma è bella, è creativa.

E adesso, nella prossima riunione dei nove Cardinali, avremo una riflessione sulla dimensione femminile della Chiesa. La Chiesa è donna. E se noi non sappiamo capire cos’è una donna, cos’è la teologia di una donna, mai capiremo cos’è la Chiesa. Uno dei grandi peccati che abbiamo avuto è “maschilizzare” la Chiesa. E questo non si risolve per la via ministeriale, questa è un’altra cosa. Si risolve per la via mistica, per la via reale. A me ha dato tanta luce il pensiero balthasariano: principio petrino e principio mariano. Si può discutere questo, ma i due principi ci sono. È più importante il mariano che il petrino, perché c’è la Chiesa sposa, la Chiesa donna, senza maschilizzarsi.

E voi vi domanderete: dove porta questo discorso? Non soltanto per dirvi che abbiate più donne qui dentro – questo è uno –, ma per aiutare a riflettere. La Chiesa donna, la Chiesa sposa. E questo è un compito che vi chiedo, per favore. Smaschilizzare la Chiesa”. Audace e prudente, Francesco che ha ben chiara la resistenza esplicita e implicita tuttora presente nei vari organismi della Chiesa, procede lentamente. Aperto su nomine amministrative, sul sacerdozio alle donne ricalca le orme dei predecessori.

A Marinella Perroni una delle fondatrici del Coordinamento Teologhe italiane, esperta sulla presenza delle donne nelle comunità protocristiane e nella vita della Chiesa cattolica attuale, la storia del principio petrino e mariano non piace e lo spiega nel volumetto “Leadership religiose: la parola alle donne”. Il ricorso che tutti i pontefici hanno fatto al cosiddetto principio mariano/petrino – sostiene la Perroni – ha reso ormai evidente “quanto la teologia dell’esclusione sia pericolosa oltre che dolorosa. Forse neppure il teologo svizzero si aspettava che il bipolarismo mariano/petrino, che lui in realtà non aveva applicato al problema del sacerdozio femminile, venisse usato nei testi magisteriali per sublimare un’esclusione divenuta inaccettabile…

Il magistero cattolico fatica a prendere le distanze dalla visione patriarcale che costringe maschile e femminile dentro uno schematismo non meno pericoloso e si stabiliscono Pietro e Maria come figure simboliche di riferimento e si riserva a Pietro, cioè agli uomini, il ministero dell’autorità e a Maria, cioè alle donne, il carisma dell’amore… Il principio mariano-petrino che garantisce la conservazione di stereotipi dottrinali, assetti istituzionali, pratiche devozionali, rivela ormai tutta la sua fragilità”. Perroni ritiene comunque che oggi sia più importante per le donne il ministero teologico che il sacerdozio: “senza teologia le Chiese non hanno futuro.

Per quanto mi riguarda dunque continuo a seguire la mia stella polare: rispetto il desiderio di tante sorelle di fede che aspirano all’ordinazione, ma ritengo che la mia Chiesa abbia oggi più che mai bisogno di donne che esercitino il ministero teologico con coraggiosa lungimiranza…Se un tempo è stata necessaria la concentrazione di tuti i ministeri nelle mani della casta clericale, oggi non è più così. E forse nella Chiesa cattolica di questo inizio di millennio, che scopre timidamente la sua originaria sinodalità, sono già in molti pronti ad accettarlo. Ma bisogna passare per la porta stretta dell’ecumenismo, riconoscere che gli errori del passato sono ormai il patibolo del presente.

Le teologhe cattoliche lo sanno molto bene perché hanno sperimentato l’esclusione e la condanna, l’emarginazione e le censure. E questo ministero di servizio alla verità e all’unità lo esercitano ormai da tempo”. Musica nuova. Sarebbe da apprendere e ascoltare. Potrebbe sembrare dissonante similmente a quanto potevano apparire le note di Stravinsky ai primi del novecento nella sua Sagra della Primavera. Mai poi è stata riconosciuta grande musica. Il ruolo delle donne nella Chiesa sta per sbocciare come una nuova primavera, inaugurata dal concilio Vaticano II indetto da Giovanni XXIII. Il fiorire va accompagnato con attenzione per impedire l’evenienza di nuove gelate. Distruttive.

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