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Se la guerra continua sarà recessione | Lo scenario

 “Rispetto a una crescita per l’Italia che era stimata allo 0,7%, il Centro Studi Confindustria prevede si possa arrivare a una crescita pari a 0 se la guerra durerà fino a giugno e, addirittura, a una recessione dello -0,7% se il conflitto dovesse arrivare al quarto trimestre di quest’anno. È quindi fondamentale che vi sia una risposta forte alle imprese. Ci sembra invece di vedere, specie a livello europeo, che la politica resti a guardare. La situazione è drammatica e servono risposte immediate che devono venire principalmente dall’Europa”.

Così, in merito agli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz sul settore farmaceutico, la vicepresidente del centro studi di Confindustria Lucia Aleotti, a margine dell’evento organizzato da Farmindustria a Roma, dal titolo “Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy”.

“La situazione è particolarmente critica per il nostro Paese – ha aggiunto – perché abbiamo un’industria che deve essere fornita da un punto di vista energetico e una dipendenza da petrolio e gas abbastanza importante“.

Ancora una volta l’economia globale rischia di deragliare dalla rotta, questa volta a causa della guerra in Medio Oriente. Così il Fondo monetario internazionale nel World economic outlook (Weo) stimando nello scenario peggiore di tutti – con danni infrastrutturali e guerra più lunga – in un rallentamento del pil a quasi il 2% e “questo significherebbe sfiorare una recessione globale (tasso di crescita inferiore al 2%), cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni che corrispondono alla crisi finanziaria globale e alla pandemia di Covid-19”.

Il crollo dell’economia globale

Nell’ultimo anno, si legge, “i venti contrari derivanti dall’ innalzamento delle barriere commerciali e dall’elevata incertezza sono stati compensati dai venti favorevoli provenienti dagli investimenti nel settore tecnologico, dalle condizioni finanziarie accomodanti, compreso un dollaro statunitense più debole, e dal sostegno delle politiche fiscali e monetarie. Il conflitto in Medio Oriente rappresenta una significativa forza contraria a questi fattori favorevoli attraverso il suo impatto sui mercati delle materie prime, sulle aspettative di inflazione e sulle condizioni finanziarie”.

Il Fondo monetario internazionale taglia al 3,1% le stime della crescita globale per il 2026, come risultato di un’economia alle prese con le turbolenze generate dal Medio Oriente. Uno 0,2% in meno rispetto alle stime di gennaio, accompagnato da un’inflazione in rialzo al 4,4% sulle pressioni dei prezzi dell’energia. Nessuno, o quasi, si salva dalla tempesta: l’Italia sconta una limatura dello 0,2%, allo 0,5%, in un’Eurozona che frena all’1,1%, dovendo fare i conti già con gli impatti sull’energia causati dall’invasione del 2022 ai danni dell’Ucraina da parte della Russia. Mosca, alla fine, è tra i pochi a beneficiare delle turbolenze sull’energia (+0,3% a +1,1%), grazie al ricco portafoglio di materie prime, tra petrolio, gas e fertilizzanti.

Come lo shock del 1974

Quello tracciato dal World economic outlook è la migliore delle ipotesi simulate dagli esperti del Fondo, basata su una “previsione di riferimento” che la guerra abbia “durata, intensità e portata limitate”, con un aumento dell’energia del 19% nel corso dell’anno. Ma se il confitto in Iran e Medio Oriente si dovesse trascinare per qualche settimana ancora, l’economia mondiale rallenterebbe di altri decimali. E se le cose dovessero andare male o molto male, con la guerra lunga, la crescita potrebbe frenare dal 3,4% del 2025 al 2,5% o addirittura al 2%, a un passo dalla RECESSIONE globale, con un’inflazione in volo al 6%. Il rischio è di finire nella “più grande crisi energetica dei tempi moderni”, in “uno shock comparabile con quello del 1974”.

Il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas, ha notato che “ci sono però due differenze sostanziali”. L’economia globale, innanzitutto, è “meno legata del passato al petrolio, con fonti energetiche alternative e sistemi più efficienti”.

L’altro punto, invece, si basa sul fatto che “in passato le Banche centrali sostenevano le attività produttive, mentre ora sono attente a tenere l’inflazione sotto freno”, ha aggiunto Gourinchas, presentando il Weo. Ma le contromisure restano strette. Ad esempio, parlando delle richieste di blocco del Patto di Stabilità in Europa, il capo economista del Fmi ha ricordato che “molti Paesi europei sono impegnati per ridurre i deficit fiscali. E’ molto importante mantenere il passo, non deviare e proseguire il riallineamento fiscale”. Anche perché, considerando l’esperienza delle recenti crisi, come la pandemia del Covid-19, le spese extra-budget sono state del 2-3% del Pil, finanziate con nuovo debito, ora difficilmente sostenibili.

Il contesto economico europeo, con gli sviluppi della guerra in Medio Oriente, è “a metà strada” fra lo scenario di base individuato dalla Bce, e lo scenario “avverso”, ha osservato la presidente dell’Istituto di Francoforte, Christine Lagarde, avvertendo che un disancoraggio delle aspettative d’inflazione rispetto al target del 2% richiederebbe un’azione sul fronte della politica monetaria. E poi c’è il nodo della Russia.

“Nel discutere del conflitto in Iran è importante non dimenticare la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina: il messaggio è chiaro, non è il momento di allentare la pressione su Mosca, perché la Russia sta purtroppo emergendo come vincitrice da questa guerra, dato che l’aumento dei prezzi dell’energia le garantisce entrate aggiuntive per la sua macchina bellica”, ha lamentato il commissario Ue, Valdis Dombrovskis che ha ammonito sul rischio che il protezionismo globale possa pesare sul Pil mondiale del 7%. Nella settimana dei lavori primaverili di Fmi e Banca mondiale, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha voluto ricordare che gli Usa vogliono essere “buoni partner” delle due istituzioni create da Bretton Woods.

“America First non significa l’America da sola”, sollecitando un loro ritorno alle “basi” per portare ancora “una incredibile prosperità nel mondo. Perché non possiamo farlo ancora? Perchè non possiamo concentrarci sulla crescita?”, ha rincarato Bessent. Il Fmi, nel frattempo, ha limato la crescita di Usa e Cina nel 2026 dello 0,1% ciascuno, al 2,3% e al 4,4%. La fine della guerra in Medio Oriente sarebbe il miglior viatico per impostare percorsi di crescita mondiale: per l’Iran la stima è di un Pil a -6,1%, per Israele a +3,5%. 

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