Secondo Gustavo Zagrebelsky, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca la Costituzione americana traballa.
Da quasi tre secoli – ricorda su Repubblica il costituzionalista – la Costituzione americana è un simbolo del “governo moderato”, il governo nemico d’ogni eccesso di potere, fosse anche quello, anzi proprio quello che pericolosamente si annida nella democrazia pura, priva di “pesi e contrappesi”.
Il federalismo, argine alla centralizzazione politica e garanzia delle libertà delle comunità locali; la divisione e l’equilibrio dei poteri tra il presidente, il Senato espressione degli Stati federati e la Camera dei Rappresentanti del popolo, entrambi sottoposti a verifiche di “medio termine”; la Corte Suprema dotata di immensi poteri, formata da giudici nominati a vita dal presidente; anche il presidente per il quale i “Padri fondatori” esclusero, proprio per quel timore, l’investitura popolare diretta e preferirono l’elezione di secondo grado, mediata dalla saggezza dei cosiddetti “grandi elettori”, personaggi eminenti espressi dagli Stati federati.
Questo è sulla Carta. La realtà è il contrario della separazione e dell’equilibrio: è l’unità del potere.
L’elezione del presidente, per effetto dei partiti nazionali, è ormai da tempo un fatto federale che fa apparire i delegati stato-per-stato un anacronismo; il partito del presidente controlla i due rami del Parlamento e la maggioranza della Corte suprema è composta da giudici di quella parte.
Il futuro dirà se si tratta di una vicenda politica transitoria o strutturale, nel solco della trasformazione di molte democrazie liberali in democrazie illiberali o autoritarie.
O, forse, dirà anche una cosa anche più inquietante: che le differenze, chiare nei principi, nella pratica tendono sempre più ad attenuarsi.








