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Nucleare: legge quadro tra “buon senso”, costi e ritardi delle politiche energetiche | L’analisi di Pia Saraceno

L’approvazione della legge delega sul ritorno del nucleare “sostenibile” (ma ancora con scorie da smaltire) viene salutata dal Governo come una scelta di “buon senso”.

Al momento il buon senso sembra di vederlo solo nell’affermazione che la legge non dà il via ad alcuna costruzione di centrale nucleare, non essendoci ancora le tecnologie che intende sostenere.

Per il resto si vedrà con i decreti attuativi quanto buon senso ci sarà nel framework normativo che dovrebbe vedere la luce prima delle elezioni.

Nelle scelte energetiche sia emergenziali che di lungo periodo, sino ad ora non se ne è visto molto: vi è stata molta ideologia nell’opporsi al Green Deal a prescindere (frenando l’innovazione tecnologica che il suo perseguimento avrebbe potuto portare) e reagendo poi al susseguirsi degli eventi con poca visione strategica.

E i consumatori ne pagano le conseguenze.

Un esempio è quello della reazione alla crisi Ucraina.

Il Governo ha puntato, contro qualunque ragionevole scenario di lungo periodo, a fare dell’Italia un Hub del gas per il Nord Europa promuovendo lo sviluppo di capacità di trasporto gas in eccesso.

Prima lo sviluppo (prevedibile) delle infrastrutture nel Nord Europa, poi la crisi in Medio Oriente, con l’inevitabile riorientamento dei flussi di GNL sul mercato globale, hanno ridotto il già esiguo potenziale e temporaneo ruolo dell’Italia nel fornire gas ai paesi all’Europa Nordorientale e balcanici.

Negli scenari attuali, l’Italia continuerà inoltre ad avere bisogno di approvvigionarsi al TTF per i prossimi anni: quindi i prezzi per il consumatore di gas resteranno strutturalmente elevati per un decennio, perché al prezzo all’ingrosso si aggiungeranno i costi del trasporto più elevato sia fuori dall’Italia per le lunghe distanze che in Italia per coprire i costi della capacità in eccesso.

Vi sono poi state omissioni, tra cui quelle di non essere riusciti con interventi decisivi sui processi autorizzativi a realizzare un maggior sviluppo delle rinnovabili, che avrebbero aiutato a sganciare il prezzo dell’elettricità da quello del gas.

Provvedimenti tampone come quello delle bollette per le centrali termoelettriche hanno anzi prodotto effetti controproducenti rendendo meno convenienti gli investimenti in rinnovabili.

Interventi contraddittori (quello sul bollo auto è l’ultimo) si sono susseguiti per promuovere il risparmio energetico, anche attraverso l’elettrificazione, mantenendo tassazione e oneri impropri sui consumi elettrici a parità di energia consumata molte volte superiore a quella sul gas.

Ora il buon senso starebbe nel garantire col nucleare tra un decennio (ma probabilmente molto più in là, dato che le tecnologie ancora non sono disponibili) maggiore sicurezza a famiglie e imprese, minor dipendenza dall’estero e quindi dalle crisi internazionali, riduzione delle emissioni di CO2, e la possibilità di una capacità in grado di far fronte alla crescente domanda di energia per l’AI ecc.

Obiettivi che si sarebbe potuto già iniziare a raggiungere con politiche più accorte.

Nell’elogio della legge né il Ministro né la Presidente del Consiglio hanno avuto il coraggio di dire che i prezzi potrebbero scendere: i costi del nucleare sono ancora molto alti e si sono dimostrati sempre assai superiori a quanto previsto.

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