A Wall Street le banche chiedono sconti sulle parcelle grazie alle efficienze generate dall’AI.
In Italia gli avvocati che dichiarano di utilizzare questi strumenti sono passati dal 27,5% al 55,3% in un anno.
L’intelligenza artificiale promette da anni di far risparmiare tempo ai professionisti.
Ora quel tempo risparmiato comincia ad avere conseguenze anche sul valore economico del loro lavoro.
Come riportato dal Financial Times, negli Stati Uniti alcune delle principali banche di Wall Street, tra cui Morgan Stanley, Citigroup e Goldman Sachs, stanno chiedendo ai grandi studi legali di trasformare le efficienze generate dall’AI in minori costi per i clienti, attraverso sconti, gare più competitive e formule alternative alla tradizionale fatturazione oraria.
Il caso americano rende concreta una questione destinata ad andare oltre il solo settore legale: se una parte crescente del lavoro può essere svolta in meno tempo, su cosa si misurerà il valore di un professionista?
La domanda diventa ancora più rilevante mentre l’utilizzo dell’intelligenza artificiale entra rapidamente nella quotidianità degli studi.
In Italia, il Rapporto sull’Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis registra il passaggio, in appena un anno, dal 27,5% al 55,3% degli avvocati che dichiarano di utilizzare strumenti di AI.
L’avvocatura è uno dei primi ambiti in cui questa trasformazione è già visibile, ma il fenomeno riguarda più in generale tutte le professioni ad alta intensità di conoscenza.
Se fino a poco tempo fa adottare strumenti di intelligenza artificiale poteva rappresentare di per sé un vantaggio, la loro progressiva diffusione rende l’accesso alla tecnologia sempre meno distintivo.
La differenza si sposta su come viene utilizzata e su ciò che il professionista continua a portare nel processo: esperienza, capacità di selezione, criteri decisionali e metodo.
Se l’AI fa risparmiare tempo, il valore non può dipendere solo dalle ore
Il punto non è soltanto fare più velocemente lo stesso lavoro.
Il valore di un professionista sta anche nel modo in cui seleziona le informazioni, valuta i rischi e prende decisioni.
Due persone possono utilizzare lo stesso strumento e arrivare a risultati diversi proprio perché applicano esperienza e criteri differenti.
È in questo scenario che si inserisce Intelia, startup italiana attiva nello sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale per il lavoro professionale.
La società ha creato FuturIA, una piattaforma utilizzata principalmente nel settore legale, dove conta oggi circa 200 professionisti, e rivolta anche a notai, tributaristi, consulenti del lavoro e professionisti della proprietà intellettuale.
La piattaforma utilizza più modelli all’interno dello stesso processo di lavoro.
Il professionista parte dall’attività che deve svolgere; il sistema aiuta a rendere più precisa la richiesta, individua la tecnologia più adatta al compito e guida i diversi passaggi fino al risultato, che può essere successivamente valutato sotto aspetti come chiarezza, struttura e qualità linguistica.
L’idea alla base è ridurre la necessità per il singolo professionista di seguire continuamente l’evoluzione dei modelli o imparare nuove tecniche di utilizzo, mantenendo al centro il problema da risolvere.
“Un avvocato, un commercialista o un consulente fanno un altro mestiere: non possiamo chiedere loro di inseguire ogni pochi mesi un nuovo modello o di imparare continuamente a scrivere il prompt perfetto”, spiega Riccardo Vieri, co-founder di Intelia.
“Se gli stessi strumenti diventano accessibili a tutti, il vantaggio non può essere semplicemente avere l’AI.
La tecnologia deve occuparsi della complessità tecnica e lasciare al professionista ciò che genera davvero valore: esperienza, giudizio e capacità di prendere decisioni”.
Dopo l’adozione, la nuova sfida è distinguersi
La diffusione dell’intelligenza artificiale potrebbe mettere in discussione non soltanto il modo in cui vengono svolte alcune attività, ma anche il modo in cui viene percepito e remunerato il lavoro professionale.
Se una parte dell’esecuzione richiederà meno tempo e professionisti concorrenti potranno accedere agli stessi modelli, le ore impiegate e la semplice disponibilità della tecnologia diventeranno indicatori sempre meno sufficienti del valore prodotto.
Acquisteranno invece maggiore peso specializzazione, responsabilità, capacità decisionale e qualità del risultato.
Il rischio, però, non riguarda soltanto il valore economico.
Utilizzare gli stessi strumenti per svolgere attività simili può rendere più difficile mantenere riconoscibile il proprio modo di lavorare.
Per studi e professionisti la sfida diventa quindi sfruttare la velocità dell’AI senza appiattire quelle differenze costruite negli anni attraverso esperienza, relazione con il cliente e capacità di giudizio.
“Siamo passati in poco tempo da professionisti che temevano che l’intelligenza artificiale potesse sostituirli a persone che ormai la utilizzano ogni giorno”, spiega Luana Sicari, co-founder di Intelia.
“Ora la domanda è un’altra: se tutti utilizzano gli stessi strumenti, come si preserva il vantaggio competitivo costruito in venti o trent’anni di esperienza?
L’AI deve velocizzare il lavoro senza appiattire il metodo e le competenze che rendono diverso un professionista dall’altro”.








