Il dato pubblicato dall’Istat sul rapporto deficit-Pil nel 2025 al 3,1%, che non ha consentito l’uscita dell’Italia dalla procedura comunitaria di infrazione per deficit eccessivo, sta suscitando commenti vari.
Ma più importante è stata la reazione della premier Giorgia Meloni, che ha attaccato l’Istat chiedendo teoricamente se esso sottostimi gli italiani o l’esecutivo, manifestando dispiacere perché non si è consentito che, fatto 30, si facesse 31, e ha ricordato le frequenti revisioni dei dati rilasciati dall’Istituto di Statistica.
Qualcuno nella maggioranza ha rivolto elogi a Enrico Giovannini, predecessore dell’attuale presidente Istat Francesco Maria Chelli, sostenendo – non si sa con quale fondamento – che il primo mai avrebbe rilasciato un dato che danneggiasse il centro sinistra in una fase molto delicata.
Siamo alle solite: le istituzioni e gli organi di garanzia e di contrappeso istituzionale vanno bene e se ne rispetta l’autonomia, fino a quando, proprio nell’esercizio di quest’ultima e dell’indipendenza intellettuale e funzionale, il prodotto dell’operare dell’Istituzione non contrasti con la linea e le attese del governo.
Se invece scatta questa diversità di posizioni, anziché analizzare le cause, approfondire le differenziazioni, si passa subito alle accuse più o meno dirette, con il che appare di avere a che fare con un soggetto vassallo e non con un’istituzione fondamentale per il pluralismo e la democrazia.
La critica nei confronti dei soggetti della specie è più che lecita, ma deve fondarsi su basi solide, valutazioni tecnico-giuridiche non superficiali, dati e prassi consolidate, non su genericità e vaghe allusioni, con ciò muovendo una critica politica a istituzioni che si fanno apparire in una, per altro infondata, veste politica.
Quando agli inizi del governo Berlusconi 2 sorse il problema della rilevazione nei conti pubblici di un extra-deficit (che, come critica dei governi precedenti, costituiva un’occasione da cogliere, ma ciò avrebbe impedito di redigere un’adeguata legge di bilancio), si ritenne, per porre fine alle contrastanti posizioni al riguardo, di promuovere una valutazione collegiale tra Ragioneria Generale, Istat, Banca d’Italia con la partecipazione di Palazzo Chigi.
Il risultato diede pienamente ragione alla valutazione dell’extra deficit compiuta dalla Banca d’Italia che, quindi, fu assunta fra i presupposti della formazione della legge di bilancio.
Nessuno ebbe, alla fine, alcunché da reclamare.
Alle critiche indeterminate alla fine era seguito un serio lavoro di riconsiderazione.
Insomma, le regole del gioco vanno rispettate sempre, quando danno risultati sia favorevoli sia contrari.
Nel caso specifico, per di più, si ha a che fare con un’istituzione che nella denominazione richiama immediatamente lo Stato, dunque lo statista, alla cui altezza bisogna porsi in un confronto dialettico, bandendo ogni caccia alle streghe.
Sarebbe da augurarsi che il caso qui esaminato fornisca l’occasione per impostare regole di comportamento nei confronti di decisioni come quelle dell’Istat per il concreto rispetto dell’autonomia istituzionale e funzionale, fermando la corretta espressione della dialettica e della libertà di espressione.








