Mohammad Sarfi ha un ruolo piuttosto unico in Iran: dirige il più antico quotidiano di lingua inglese del Paese, il Tehran Times.
E muove da un presupposto: «La maggior parte dei media occidentali ha una visione superficiale della struttura di potere e della società iraniane».
Considera la sua una «voce non filtrata», come spiega in un’intervista di Gabriella Colarusso, pubblicata su Repubblica di domenica 27 settembre.
Il giornale non è di proprietà dello Stato, ma è allineato alle posizioni del governo.
Araghchi ha presentato una proposta agli Usa che di fatto è la stessa del Memorandum bocciato dagli americani. Perché?
«La base è l’accordo di Islamabad con delle modifiche.
L’Iran ha posto sette condizioni che includono la revoca del blocco navale, la fine della guerra su tutti i fronti, la revoca delle sanzioni petrolifere, lo sblocco dei beni iraniani congelati e l’accettazione del corridoio concordato tra Teheran e Muscat nello Stretto di Hormuz.
Nuova è la tempistica.
Lo Stretto verrà riaperto solo dopo che gli Usa avranno rispettato gli impegni».
Trump ha detto: no, grazie.
«Non sono sorpreso. Non vuole negoziare.
Crede che il blocco navale contro l’Iran funzionerà e che otterrà il risultato sperato: la resa dell’Iran o lo scoppio di una rivolta all’interno del Paese.
Ma Teheran non resterà a guardare passivamente azioni contro la propria sicurezza nazionale.
Trump ha trascinato gli Stati Uniti in una guerra inutile che non soddisfa nessuno, tranne Netanyahu.
Vuole dare l’impressione di avere il sopravvento nel conflitto e controllare i prezzi del carburante, tallone d’Achille sul fronte interno.
La realtà è che ha perso la guerra e non lo vuole accettare.
Si aspettava una vittoria rapida, schiacciante e facile, come in Venezuela.
La nuova copertina dell’Economist è eloquente: un soldato americano che raccoglie le sue cose e lascia il Medio Oriente, con colonne di fumo alle spalle.
Voi italiani avete una bella espressione per dirlo: “tornare con le pive nel sacco”».
Cosa succede adesso?
«Molto probabilmente ci attende un altro intenso ciclo di conflitti».
Non c’è più spazio per negoziare?
«C’è sempre una possibilità per la diplomazia, ma richiede la genuina volontà di entrambe le parti.
Il nostro leader è stato ucciso.
Gli Stati Uniti hanno affondato una nave iraniana disarmata uccidendo circa 100 marinai.
Ci sono i massacri alla scuola di Minab e al palazzetto di Lamerd.
Dopo due guerre in meno di un anno, c’è poco spazio per la fiducia».
È possibile tornare alla situazione pre guerra nello Stretto?
«No, e questo è il risultato della stupidità americana.
L’Iran e l’Oman hanno raggiunto un accordo ma gli Usa non sono disposti ad accettarlo.
Hanno impiegato tutte le loro capacità militari per imporre il controllo dello Stretto, fallendo.
Ora stanno cercando di trascinare altri Paesi in questo pantano».








