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Marco Revelli (La Stampa): «Morti sul lavoro, una strage che continua implacabile»

Sulla Stampa, Marco Revelli riflette sugli ultimi casi di morti sul lavoro, che hanno suscitato profonda commozione, e ricorda come nel 2021 si contino in media due decessi al giorno per incidenti sul posto di lavoro: 185 nel primo trimestre, oltre un dieci per cento in più dell’equivalente periodo dello scorso anno (+11,5%).

«Una strage prolungata, endemica – scrive -. Fino a ieri, con gli occhi fissi sulla luttuosa statistica del Covid, li vedevamo poco, e ancor meno ne parlavamo. Ma quel triste bilancio continuava a dipanarsi, implacabile, spesso solo conosciuto dai famigliari delle vittime, senza un reale soprassalto pubblico di allarme – e d’indignazione – da parte di un Paese attanagliato dalla paura di un altro “castigo di dio”, dall’orrore di un’altra strage».

«Si sarebbe tentati d’immaginare che questo irrompere dei morti da lavoro sulle prime pagine di giornali e telegiornali sia dovuto al fatto che l’attività produttiva riprende, e con essa anche il corrispondente seguito d’incidenti, ma non è così. In realtà quella strage non si è mai fermata, solo che non la vedevamo. Politica, informazione, opinione pubblica, persino organi di vigilanza dello Stato, avevano altro a cui pensare».

«Ora, forse, coll’allentarsi, si spera, della morsa del virus, e nella speranza di un rallentamento del contagio grazie alla vaccinazione, quell’altro orrore riaffiora all’attenzione collettiva. “Ora basta, pretendiamo zero morti sul lavoro”, hanno proclamato i sindacati, scendendo in agitazione. Ed è il minimo per un paese civile. Ma come ottenerlo? Per ridurre la letalità del Covid puntiamo sul vaccino. Prima o poi se ne avrà ragione. Ma per sconfiggere la letalità, barbaramente alta, del lavoro non c’è vaccino. Occorrerà di più. Molto di più. A cominciare da un adeguato numero di ispettori del lavoro. E da una diffusa cultura della sicurezza che non ceda di fronte all’appello puro e semplice all’efficienza della prestazione».

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