È l’ottimismo, secondo Antonio Polito, l’ingrediente per niente segreto del trionfo elettorale di Donald Trump, così come fu per Silvio Berlusconi che anzi l’anticipò di vent’anni.
Un ottimismo possente, quasi messianico, per molti aspetti fideistico, scrive l’editorialista del Corriere della Sera, che infatti dà vita a una vera e propria fede nel leader (nel significato che il cristianesimo diede a questa antica parola latina: «speranza delle cose promesse»).
Trump ha vinto soprattutto perché promette una nuova età dell’oro, è sicuro di poter rifare grande l’America, garantisce ai «dimenticati» una palingenesi, un nuovo inizio, una svolta nelle loro vite: l’oggi è una catastrofe, peggio di così non potrebbe andare, ma il domani sarà diverso, il sole risorgerà.
E agli scettici, che nei media oppongono il pessimismo della ragione, risponde lo slogan della campagna elettorale: «Trump will fix it». Lui l’aggiusterà.
Questa volta l’«ottimismo reaganiano» (lo slogan con cui D’Agostino marchiò gli anni Ottanta) si è colorato anche di uno spirito di avventura da fantascienza, come ai tempi di Kennedy e della corsa allo spazio.
Razzi che volano verso Marte, il sistema Super Link che ci difende dagli uragani, taxi senza guidatore: queste sono state le elezioni di Elon Musk, il vero alter ego del ticket presidenziale, il «super-genio» che va protetto, dice Trump, perché l’America è sempre in cerca di nuova frontiera, e niente è impossibile quando gli esseri umani vengono liberati dalla burocrazia e dalla camicia di forza del politicamente corretto.
È facile criticare l’ingenuità, o il consapevole inganno che si nasconde dietro le utopie dei politici, soprattutto quando chiedono i voti.
Ma una dimensione escatologica è necessaria e c’è sempre stata in ogni movimento politico degno di questo nome.
Il vero problema dell’ottimismo trumpiano è un altro: è che si fonda su un sostanziale pessimismo per le sorti del resto del mondo, è un «ottimismo in un paese solo».








