Non credo si renda un buon servigio all’introduzione dell’euro digitale facendo rilevare che esso sarà diverso – immensamente migliore, sottolineando le caratteristiche dell’inclusività, della sicurezza e della libertà di scelta – da una cripto valuta o da un cripto asset: cosa che dovrebbe essere scontata e comunque costituirebbe un obiettivo minimale.
Piuttosto, occorrerebbe trarre dalla progettata introduzione tutte le possibili conseguenze in termini di funzioni di una banca centrale, nel nostro caso della Bce, con riferimento alle attribuzioni di politica monetaria, di sistema dei pagamenti e di Vigilanza bancaria.
In sostanza, di stabilità monetaria e di stabilità finanziaria, nonché di sovrintendenza al suddetto sistema.
Ma non meno importanti sono gli aspetti giuridici che, quasi sempre nella rappresentazione dei vantaggi della nuova forma di banconota, sbagliando, vengono di fatto considerati marginali o non affrontati affatto.
Il primo punto dovrebbe riguardare un approfondimento della condizione dell’euro digitale come moneta a corso legale, al pari del biglietto cartaceo, ma in modo “sui generis” perché non avrebbe potere liberatorio e molto difficilmente potrebbe averlo.
Dunque, la sua accettazione potrebbe essere rifiutata.
Non godrebbe, ovvero, del caveat implicito nel corso legale, quello cioè di non rifiutare le relative banconote entro i limiti prescritti, pena le conseguenze sanzionatorie.
A questo si collega, in tema di emissione e circolazione della moneta, il rapporto con le banche ordinarie che dovrebbe essere meglio precisato.
È comprensibile che il banchiere centrale abbia un approccio più diretto all’immediatezza – ne ha parlato mercoledì scorso all’Università di Firenze Chiara Scotti, vicedirettrice generale della Banca d’Italia, svolgendo un interessante discorso – ma gli aspetti giuridici e istituzionali sono quelli – cardine sui quali occorrerebbero una solida posizione e una chiara rappresentazione nelle sedi in cui si presenta l’innovazione in questione, non astenendosi dal rilevare anche le pur esistenti parti complesse e quelle dubbie del progetto e, in ogni caso, le conseguenze che ne discendono.
Si tratta comunque di chiarire se si intenda solo mettere la veste digitale all’attuale banconota o se si voglia fare dell’euro digitale anche la leva per la riorganizzazione di competenze e di controlli nel settore.
Gli studi al riguardo di Paolo Savona andrebbero molto attentamente considerati.
Quanto alle cripto valute, nella suddetta circostanza, Scotti ha additato il rischio dell’investire in queste attività, simile all’acquistare una fiche al casinò, elencando tutte le motivazioni, ormai diffusamente note (l’assenza di una controparte debitrice, la creazione con software, la contabilità decentrata, eccetera) che portano a questo paragone.
Ciò mentre, sotto la spinta di Donald Trump – sostenitore, dopo alcune iniziali oscillazioni, dei cripto asset dei quali, prima del voto, ebbe a dire che avrebbe voluto creare una riserva presso la Fed – il valore del bitcoin tocca nuovi record.
Si sostiene che la normativa in proposito (Micar) sia inadeguata.
Ma a questo punto delle due l’una: o si sviluppa un’iniziativa perché si rafforzi la disciplina a livello europeo assimilando questo settore a quello finanziario o, nella carenza eventualmente per ora insuperabile di misure di rafforzamento, si cominci a procedere autonomamente in Italia, avendo presente che lo imporrebbe la tutela del risparmio ex articolo 47 della Costituzione.
Non è sufficiente dire che non si tratta di monete e, forse, neppure di asset finanziari per sottrarsi dall’intervenire.
A meno che non si voglia imboccare con assoluta trasparenza e ampia informazione per tutti i cittadini l’opzione radicalmente opposta: si faccia attenzione, cioè, a questi investimenti perché lo Stato e gli organi di controllo non garantiscono alcun intervento, né prima dell’operare, né durante, né dopo.
Non è l’optimum, può essere contraddittorio, ma potrebbe avere il pregio di non lamentare carenze normative e di controllo se non di rimanere fermi.
Il fenomeno è globale ed è a questo livello che bisognerebbe intervenire.
Abbiamo però contezza degli ostacoli, a cominciare dalla posizione di Trump.
Allora ci si arresta al “ben altro” necessario, non scegliendo né l’una, né l’altra strada?
Sarebbe l’opzione peggiore.








