L’Italia rimane fra i paesi a più bassa propensione imprenditoriale: su quasi il 20% degli adulti che vorrebbe avviare un’attività, infatti solo l’11% lo fa davvero.
Percentuale che posiziona il nostro paese al trentesimo posto sui 48, indagati dal rapporto “GEM Italia 2025-2026” presentato a Roma da Universitas Mercatorum nell’ambito dell’evento: “L’imprenditorialità per la crescita del paese”.
“La fotografia che emerge dal Rapporto GEM – sottolinea Giovanni Cannata, Rettore dell’Universitas Mercatorum – indica alcune criticità come ad esempio le difficoltà per le donne ancora persistenti, il posizionamento dell’attivazione di nuova imprenditorialità, la sofferenza burocratica e ancora una volta purtroppo il divario Nord-Sud”.
Tra i vari indicatori significativi vi è quello del divario di genere, con un indicatore di imprenditorialità del 13% tra gli uomini e di poco superiore all’8% tra le donne.
Le donne infatti dimostrano livelli inferiori di percezione delle opportunità, minore fiducia nelle proprie capacità e una maggiore paura di fallire rispetto agli uomini: “Il gap di genere ha purtroppo diverse variabili che lo condizionano,” spiega Alessandra Micozzi, Coordinatrice scientifica del rapporto, “sicuramente sono variabili strutturali, culturali.
Sicuramente si parla di carichi di cura e sicuramente si parla di una questione ecosistemica.
L’imprenditore e l’imprenditrice – prosegue Micozzi – non nascono in maniera isolata, nascono all’interno di un ecosistema che può incentivare, quindi incoraggiare o scoraggiare l’attivazione imprenditoriale.
Le donne purtroppo tendono a creare reti meno ampie e sicuramente meno forti, questo fa sì che l’accesso al credito sia più difficile per una donna e le donne tendenzialmente non si avvalgono di quelli che sono i supporti professionali.
Di sicuro ciò che possiamo fare a livello di sistema paese è rafforzare quella che è l’imprenditorialità femminile, non tanto per una questione di equità, quanto per una questione di opportunità, perché la diversità in economia è un qualcosa di positivo e va chiaramente valorizzato”.
Il rapporto
“Una quota rilevante della popolazione – si legge nel rapporto – manifesta l’intenzione di avviare un’impresa, ma solo una parte di essa riesce a tradurre tale intenzione in iniziativa concreta. A spiegare questo divario concorrono sia fattori soggettivi (self-efficacy, percezione del-le proprie capacità, propensione al rischio) sia fattori di con-testo, tra cui la limitata percezione di opportunità, le difficoltà di accesso al credito e la complessità del quadro regolamentare. Particolarmente rilevante appare la percezione della difficoltà di avviare un’impresa, che in Italia risulta superiore rispetto alla media dei Paesi avanzati. L’indagine evidenzia inoltre il ruolo centrale della percezione delle opportunità imprenditoriali, che risulta in calo negli ultimi anni e rappresenta uno dei principali fattori limitanti dell’attiva-zione. A ciò si aggiunge il timore del fallimento, che continua a rappresentare un freno significativo alla trasformazione delle intenzioni in azioni. L’attività imprenditoriale, misu-rata attraverso il TEA (Total early-stage Entrepreneurial Activity), mostra una significativa crescita negli ultimi anni, rag-giungendo nel 2025 i livelli più elevati dell’intero periodo os-servato. Tale dinamica è trainata prevalentemente dall’imprenditorialità per opportunità, che continua a rappresentare la componente dominante nei Paesi avanzati, inclusa l’ Italia. Permangono, tuttavia, alcune criticità strutturali. La propensione imprenditoriale risulta differenziata per età, con valori più contenuti tra i giovani rispetto ad altri Paesi e una crescente rilevanza delle fasce adulte. Il livello di istru-zione continua a influenzare positivamente l’attività imprenditoriale, ma la bassa quota di laureati nel Paese rappresenta un limite rispetto agli standard internazionali.
“Il gap di genere – si legge ancora nel rapporto – resta significativo: le donne mostrano li-velli inferiori di percezione delle opportunità, minore fiducia nelle proprie capacità e una maggiore paura di fallire rispetto agli uomini, contribuendo a una minore partecipazione all’attività imprenditoriale. L’ intrapreneurship continua a essere poco sviluppata ri-spetto ai Paesi nordamericani e del Nord Europa, evidenziando una limitata diffusione di modelli organizzativi orientati all’innovazione interna. Le nuove imprese italiane mostrano una propensione alla crescita ancora contenuta, con aspettative occupazionali limitate e strategie spesso orientate alla cautela. Tuttavia, emergono segnali positivi legati all’aumento dell’ innovazione, alla diffusione delle tecnologie digitali e al-l’ attenzione crescente verso la sostenibilità e l’intelligenza artificiale. Nel complesso, il rapporto evidenzia la necessità di rafforzare le politiche a sostegno dell’imprenditorialità, intervenendo sulla riduzione degli ostacoli burocratici, sul miglioramento dell’accesso alle risorse finanziarie e sullo sviluppo delle competenze imprenditoriali. In particolare, investire nella formazione e nel rafforzamento della cultura imprenditoriale appare fondamentale per ridurre il gap tra in-tenzione e azione e favorire una crescita economica sostenibile e inclusiva”.








