Per una volta, gli economisti sono stati quelli che avevano visto giusto.
Mentre il paese – l’Italia come gli altri – si avviava a occhi chiusi, al ritmo della movida, verso la seconda ondata dell’epidemia, gli esercizi di econometria avevano messa in conto la ricaduta. Abbiamo, dunque, un’idea di cosa significhi un’altra paralisi da virus, come quella che si sta concretizzando in questi giorni. Le simulazioni compiute sia dall’Ufficio parlamentare del bilancio, sia dallo stesso Ministero del Tesoro calcolano che, con un ritorno dei contagi alla metà della scorsa primavera, il Pil dell’ultimo trimestre subirebbe un colpo dell’1-2 per cento.
Ma l’effetto di questa battuta d’arresto si trascinerebbe, in misura assai più pesante, sul prossimo anno: il rimbalzo 2021 sarebbe molto più fiacco del previsto: oltre 3 punti in meno, una modesta ripresa del Pil inferiore al 2 per cento, anche rispetto all’abisso del 2020, invece del 6 per cento contabilizzato (calcolando anche gli stimoli della manovra 2021 appena approvati dal governo) nei documenti ufficiali.
Praticamente, un’asfissia da lockdown, suggerisce il dibattito in corso. Questa – oggi prevalente – è, tuttavia una lettura miope del rapporto tra economia e pandemia. La clausura, le quarantene, il lockdown spiegano solo in parte il crollo dell’economia. Circa metà del meno 9 per cento stimato per quest’anno, dicono gli economisti di Bankitalia, ma anche un separato rapporto preparato a Francoforte dalla Bce. Il resto lo fanno la caduta dell’export, del turismo estero e, soprattutto, della fiducia che muove consumi e investimenti. Possiamo chiamarlo il fattore paura che porta – lo testimoniano, in questi giorni, le strade deserte anche nelle ore fuori dal coprifuoco – ad un autolockdown, asfissiante, per l’attività economica, quanto quello imposto dalle autorità.
In questo autunno, il fattore paura conta probabilmente anche di più, in proporzione a divieti e sanzioni, che in primavera. Allora, si fermarono metà delle imprese. Oggi, non più colte di sorpresa, fra smart working e procedure standard di sanificazione, molte più fabbriche e uffici sarebbero in grado di proseguire l’attività. E nessuno, del resto, finora, ha ipotizzato un altra quarantena nazionale. Ma la percezione personale del rischio è, forse, ora, anche maggiore e può ugualmente paralizzare l’economia, come nello “scenario avverso” che ipotizzava, questa estate, la Banca d’Italia, con una caduta dei consumi 2020 al 15 per cento e degli investimenti oltre il 20 per cento.
Ecco perché l’indicatore cruciale, per le prossime settimane, non sono le misure di contenimento, ma la curva dei contagi: per ridare fiato all’economia, la priorità assoluta è abbassare questa curva.
Evitare le misure di contenimento, a costo di tenerla alta, è una via d’uscita illusoria, dicono i dati dell’economia.
Anche nell’ipotesi migliore, tuttavia, questo autunno d’angoscia comporta uno slittamento della ripresa prevista per i primi mesi del prossimo anno. E questo apre un problema politico immediato: non ci sarà una ripartenza a colmare il vuoto lasciato dall’esaurimento di sussidi, garanzie, supporti messi in campo dalla primavera in poi. Il governo ne è consapevole e si prepara ad allungare l’ombrello della cassa integrazione e dei “ristori” alle aziende. Ma il problema è la strategia complessiva per salvaguardare il tessuto economico del paese.
Secondo un sondaggio compiuto da una grande società di consulenza, come McKinsey, il 15-20 per cento delle imprese italiane teme, nel 2021, di non essere in grado di ripagare i debiti, mantenere l’occupazione e la sua rete di fornitori. Il 10 per cento vede assai concreto lo spettro del fallimento. E, allora, sempre più voci autorevoli invitano a superare la tradizionale distinzione fra aziende illiquide e insolventi, cioè fra imprese momentaneamente a corto di cassa e imprese che non sperano di guadagnare abbastanza da pagare gli interessi sul debito. L’ultimo rapporto Europa del Fmi invita piuttosto a distinguere fra aziende “vitali” e no, a prescindere dalla loro situazione finanziaria. Il governatore della Banca d’Italia, Visco, fa eco, chiedendo di “separare le aziende meritevoli di sostegno da quelle non più vitali”.
Un compito non semplice, nel caso per caso, ma che comunque rientra nell’invito dello stesso Fondo monetario a non ritirare, nei prossimi mesi, i sussidi e sostegni messi in piedi nel 2020. Gli economisti di Unicredit hanno calcolato che il mancato rinnovo delle misure di sostegno comporterebbe, l’anno prossimo, un controstimolo, ovvero una stretta sull’economia, quantificabile nell’1 per cento del Pil. Anche Visco avverte che “una rimozione troppo rapida del sostegno messo in campo con misure di politica fiscale e monetaria può creare un effetto di razionamento del credito che, a sua volta, può mettere a repentaglio la velocità di ripresa”.








