Su Domani, Nadia Urbinati sostiene che l’intelligenza artificiale rappresenti una minaccia specifica per la democrazia perché interviene sulla “sfera psicosociale”, cioè sul processo attraverso il quale i cittadini formano le proprie opinioni e partecipano alle decisioni collettive.
Urbinati richiama gli allarmi lanciati dagli stessi protagonisti dell’industria tecnologica, da Bill Gates a Dario Amodei, fino alle dimissioni dell’ingegnere di Anthropic Jacob Coxon, per sottolineare come i rischi dell’AI non riguardino più soltanto scenari ipotetici, ma investano direttamente il funzionamento delle società contemporanee.
Urbinati osserva che propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica hanno accompagnato fin dalle origini la politica di massa, ma l’intelligenza artificiale ne modifica profondamente la natura e la potenza.
Se fino al Novecento la propaganda era essenzialmente un prodotto umano e artigianale, oggi può essere realizzata su scala industriale attraverso contenuti artificiali capaci di costruire realtà false.
Urbinati indica come esempio il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, favorito a suo giudizio da una campagna sui social media basata anche su immagini generate dall’AI e messaggi falsi sull’immigrazione.
Il rischio è particolarmente grave perché la democrazia presuppone cittadini capaci di formare liberamente le proprie opinioni, mentre gli strumenti tecnologici possono alterare proprio questo processo.
Urbinati conclude che non è sufficiente affidarsi all’autoregolamentazione delle grandi aziende tecnologiche, i cui stessi dirigenti riconoscono ormai l’imprevedibilità degli strumenti che hanno creato.
Anche coloro che producono e utilizzano sistemi capaci di manipolare l’opinione pubblica possono perderne il controllo, ma la loro preoccupazione non coincide necessariamente con la difesa della democrazia.
Per Urbinati, i modelli di AI già esistenti possono essere impiegati per finalità eversive: spetta quindi alle istituzioni democratiche imporre regole molto severe sul loro finanziamento e utilizzo, emancipando la formazione dell’opinione pubblica dal potere dei grandi gruppi tecnologici.








