Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

In Italia lavorare tanto non basta | Lo studio dell’Oxford Bulletin of Economics and Statistics

Perché il lavoro in Italia non riesce a produrre abbastanza ricchezza?

Una risposta arriva da uno studio pubblicato sull’Oxford bulletin of economics and statistics.

In Italia lavorare tanto non basta.

Tra il 2000 e il 2022 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,32% l’anno, contro l’1,2% dell’area euro.

Non è mancata la voglia di lavorare, è mancata la capacità del sistema di rendere quel lavoro più prezioso.

Lo studio non offre ricette politiche semplici, ma indica una direzione chiara: investire in tecnologia, qualificare la forza lavoro, ridurre le rigidità che scoraggiano le imprese dall’assumere in modo stabile e dal puntare sull’innovazione.

Meno precarietà di facciata, più produttività reale.

Dalla metà degli anni Novanta la produttività ha imboccato una strada in discesa.

Una parte significativa del problema ha radici nelle riforme stesse che avrebbero dovuto modernizzare il mercato del lavoro, dice il report.

Queste riforme hanno reso più facile assumere lavoratori temporanei, ma senza toccare le protezioni, e i costi di licenziamento, per i contratti permanenti.

Il risultato?

Le imprese hanno risposto assumendo in massa lavoratori a bassa qualifica, rinunciando a investire in formazione, in innovazione, in macchinari.

Lo studio lo quantifica con precisione: gli shock di offerta di lavoro, cioè gli incrementi nella partecipazione al mercato, spesso innescati proprio dalle riforme, sono il principale fattore che ha abbassato la produttività nel lungo periodo, spiegando da soli oltre il 40% delle sue fluttuazioni.

Il Paese è secondo in Europa, dopo la Germania, per stock di robot industriali, eppure non riesce a tradurre questo patrimonio tecnologico in crescita diffusa.

Nel 2020 la produttività è schizzata verso l’alto, non perché le imprese fossero diventate più efficienti, ma perché le ore lavorate sono crollate mentre il Pil reggeva meglio.

Un’illusione statistica, pagata cara nella fase successiva.

Dal 2021 al 2023, con la ripresa, le aziende hanno riassunto in fretta, soprattutto nei settori a bassa intensità tecnologica, quelli che impiegano lavoratori poco qualificati.

Le ore lavorate sono cresciute più del prodotto e la produttività è tornata a scendere.

Intanto, il costo del capitale, aggravato dall’aumento dei tassi di interesse, ha reso più difficile e costoso investire in digitalizzazione e aggiornamento tecnologico.

Il circolo vizioso si è richiuso.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.