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[L’anticipazione] Il governo vuole cambiare il Pnrr, ecco perché. Mentre la Ue ammonisce l’Italia

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dell’Italia, nella seconda parte del 2022, potrebbe cambiare. E’ il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, a mettere sul tavolo l’ipotesi. A determinare la revisione del Piano italiano sarebbe innanzitutto l’aumento, costante e comune nell’intera Ue, dei prezzi delle materie prime. Un trend che potrebbe mettere in difficoltà gli enti appaltatori nel rispettare le scadenze sui cosiddetti milestone e target previsti dal governo per quest’anno. Formalmente Roma può cambiare il Pnrr.

Ma ha davanti un sentiero piuttosto stretto, anche perché i fari dell’Ue sono già accesi sulla situazione italiana, a cominciare dal dato dell’aumento della spesa corrente. Al momento è ancora in corso la valutazione da parte dell’esecutivo europeo sulla richiesta di pagamento giunta da Roma per la prima tranche da 24 miliardi dei fondi. Ma, in ogni caso, nel 2022, il governo è chiamato a rispettare il centinaio di obiettivi messi nero su bianco nel Piano per quest’anno. Una sua revisione, che l’Ue ammette solo se ci sono le condizioni oggettive per farlo, finirebbe sotto la lente della Commissione e, dopo massimo due mesi, sul tavolo del Consiglio Ue per l’eventuale ok finale. Tempo prezioso per rispettare il cronoprogramma nei tempi stabiliti.

C’è poi un dato di cui tener conto. Nel solco di una revisione motivata da circostanze oggettive – come l’aumento dei prezzi dell’energia o la difficoltà, per gli enti locali, di spendere i fondi in tempo – si inserisce la volontà della politica. L’Olanda, ad esempio, prima di inviare il proprio Pnrr ha atteso che il premier Mark Rutte fosse in grado di formare un governo e il piano sarà pronto solo tra diverse settimane. In questo contesto si inserisce la cruciale partita per il Colle. L’attenzione dei vertici europei è massima e immutato resta il timore che all’elezione del capo dello Stato segua un periodo di stallo politico e di governo.

L’Europa “ha tutto l’interesse affinché la situazione attuale” di stabilità in Italia “continui, perché vediamo che ci sono molte rassicurazioni e fiducia che i soldi” del Recovery fund “siano ben spesi”, ha sottolineato il commissario Ue al Bilancio Johannes Hahn. Traducendo l’Ue fa il ‘tifo’ affinché Mario Draghi resti alla guida del Paese, a prescindere da quale sia il ruolo che andrà ad occupare. Ma i fari di Bruxelles sono accesi anche sul fronte dei conti pubblici.

La Commissione, a riguardo, ha inviato “una nota di cautela” in merito all’aumento della spesa corrente ai governi di tre Stati membri: Italia, Lettonia e Lituania. “Le misure di supporto siano temporanee e mirate e non lascino un onere permanente sulle finanze pubbliche e ciò particolarmente rilevante per gli Stati membri fortemente indebitati”, ha avvertito il vice presidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis confermando, tra l’altro, che nonostante la nuova ondata di contagi e di misure restrittive la clausola di salvaguarda del Patto di Stabilità si chiuderà nel 2023.

“Possiamo passare da un sostegno emergenziale a un sostegno più correlato alla ripresa e alla trasformazione dell’economia”, ha spiegato Dombrovskis. La Commissione – ha aggiunto – darà degli “orientamenti interpretativi” delle regole attuali per fornire linee guida per le leggi di bilancio del prossimo autunno. Il tetto del debito del 60% sebbene “potrebbe essere messo in discussione”, non cambierà, ha spiegato il commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni ribadendo la necessitò di stabilire regole “più oggettive e realistiche” per agevolare la ripresa. L’Ue, ad esempio, potrebbe eliminare il concetto di ‘output gap’, ovvero la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale, cioè nel caso in cui vi fosse il pieno impiego dei fattori produttivi. 

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