Sul Foglio, Giuliano Ferrara confessa di cominciare a preoccuparsi delle conseguenze politiche del Governo Draghi.
«Non vedo come la ristrutturazione del sistema, la grande occasione performativa indotta dal governo Draghi, possa dislocarsi agevolmente – scrive -. Nutro fiducia, ma non sono Facta. Non vedo che scorie e rancori nel Pd, a parte i ragionamenti cristallini di un enorme Bettini, e speriamo che questa volta un altro Letta, posato il risentimento e lo spirito d’esilio, ci metta una pezza».
«Vedo la contizzazione grillesca dei transizionali, nuova invenzione verde per non piangere, e ci sta. Vedo la sinistra di classe divisa in tre classi, e Speranza solitario al timone di quanto mi sta a cuore, come prima e forse meglio di prima».
«Vedo i libbberali col botto annaspare in un centro propulsore moderato e riformista, annegato nell’unità nazionale la più liquida, che non promette forza né voti, sebbene ne arrivi qualche buona idea, ma in un clima come sempre litigioso che non esclude, anzi implica, la solita lotta dei capi a sinistra e al centro».
«Baldante invece, a parte il Cav. che si è visto creati ministri i partenti del movimento e li ha commissariati con stile, la destra. Meloni fa la furbetta, che è il suo stile. L’Infiltrato Salvini assume pose di guida complessiva, sgranocchia la testa del fatale Arcuri, si intesta il vaccino di Putin e progetta non la rincorsa dei popolari ma un fronte con ungheresi e polacchi, che non è la cosa più rassicurante del mondo, e sembra che il draghista Giorgetti sia di nuovo lì che mastica una specie di emarginazione dorata, ma stavolta all’ombra del governo da lui voluto, con Draghi amichevole e sornione».
«“Le conseguenze economiche della pace” furono drammatiche, come sa chi ha letto Keynes alla luce del massacro successivo alla sua diagnosi. Le conseguenze politiche di Draghi, che non possono restare a lui estranee, visto che da sempre è un uomo di Stato, per adesso non promettono gran che di buono».








