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Il futuro dell’Ex-Ilva è sostenibile. Giancarlo Giorgetti (ministro Sviluppo economico): «nuovo piano industriale realistico ma non semplice»

Secondo quanto affermato dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) «è realistico ma non semplice» perché «il passaggio all’idrogeno e la gestione e le conseguenze degli aspetti occupazionali hanno bisogno di tempo». Il piano, infatti, guarda a una prospettiva di 10 anni e non più di 5, come era il precedente targato solo da ArcelorMittal.

In quest’arco temporale abbandona il ciclo integrale e il carbon coke e vira sull’idrogeno, ma quello che emerge sin d’ora è che «il clima è cambiato. Il presidente Franco Bernabè è in sella, sa di gestione industriale, e che si sia respirato oggi al Mise un clima diverso, lo dimostra il fatto che nessuno di noi ha alzato gli scudi». Lo dicono ad AGI fonti sindacali dopo il vertice di oggi pomeriggio su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, con azienda e Governo.

Per questo, prosegue il ministro dello Sviluppo economico, e alla luce del fatto che «il quadro delineato oggi è più complicato di quanto ci aspettassimo, serve fiducia e speranza da parte di tutti coloro che oggi siedono a questo tavolo. Il governo farà la sua parte, continuerà a lavorare con spirito costruttivo mettendo ordine in un pacchetto di norme e di strumenti che consentano di gestire la fase di transizione verso il green di un settore strategico quale quello dell’acciaio». Nel corso dell’incontro il presidente Bernabè e l’amministratore delegato dell’azienda Morselli hanno illustrato le linee guida del nuovo piano industriale che ha l’obiettivo decennale di arrivare alla completa decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia.

Il nuovo piano, che prevede un investimento complessivo di 4,7 miliardi di euro, si articolerà su 4 obiettivi che dovranno garantire nei prossimi anni la continuità produttiva attraverso il ritorno alla piena occupazione dei lavoratori entro il 2025, il raggiungimento della sostenibilità ambientale nella produzione di acciaio con il passaggio dal carbone all’idrogeno e con l’utilizzo di forni elettrici. Tutto ciò perseguendo gli obiettivi di sostenibilità economica per ottenere un prodotto competitivo sul mercato, per qualità e per costo, che consenta di raggiungere i livelli di crescita produttiva prevista in 8 milioni di tonnellate al 2025. Entro questa data gli investimenti in tecnologie innovative, alcuni già avviati, consentiranno già una riduzione di circa il 40% di CO2 e del 30% delle polveri sottili.

«Il nuovo obiettivo» spiegano le fonti sindacali «è la totale decarbonizzazione della fabbrica e questa hai bisogno di dieci anni per farla». Rispetto al piano presentato tempo addietro solo da Arcelor. Mittal, quello nuovo cui sta lavorando la società Acciaierie d’Italia, fatta dal pubblico Invitalia e dal privato ArcelorMittal, prevede una produzione di acciaio mista: parte col ciclo integrale, rifacendo l’altoforno 5, il più grande d’Europa spento dal 2015, e parte, per 2,5 milioni di tonnellate, col forno elettrico alimentato dal Dri. Il forno elettrico ora rimane, ma costituisce una tappa intermedia del percorso, collocata dal 2024 al 2025.

Oggi al Mise è stato annunciato che si è al lavoro per formare la società che gestirà l’impianto di preridotto. Società che sarà partecipata dallo Stato e da altri privati, ma non da ArcelorMittal. Non sono stati dati numeri produttivi ma l’ex Ilva “ridisegnata” dovrebbe puntare a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Quali sono, però, i problemi di una transizione di dieci anni? Le fonti sindacali li riassumono così ad AGI.

Anzitutto i soldi. «Dismettere nell’arco di dieci anni il ciclo integrale e puntare tutto sull’idrogeno, richiede investimenti per 4,7 miliardi. Per i sindacati, oggi è emerso chiaro che questi soldi vanno trovati perché in Acciaierie d’Italia non c’è un privato che mette li metta, visto che la corporate ArcelorMittal ha fatto uscire dal perimetro del gruppo, attraverso il deconsolidamento, la parte italiana».

«Il nuovo obiettivo» spiegano le fonti sindacali «è la totale decarbonizzazione della fabbrica e questa hai bisogno di dieci anni per farla». Rispetto al piano presentato tempo addietro solo da ArcelorMittal, quello nuovo cui sta lavorando la società Acciaierie d’Italia, fatta dal pubblico Invitalia e dal privato ArcelorMittal, prevede una produzione di acciaio mista: parte col ciclo integrale, rifacendo l’altoforno 5, il più grande d’Europa spento dal 2015, e parte, per 2,5 milioni di tonnellate, col forno elettrico alimentato dal Dri. Il forno elettrico ora rimane, ma costituisce una tappa intermedia del percorso, collocata dal 2024 al 2025.

Oggi al Mise è stato annunciato che si è al lavoro per formare la società che gestirà l’impianto di preridotto. Società che sarà partecipata dallo Stato e da altri privati, ma non da ArcelorMittal. Non sono stati dati numeri produttivi ma l’ex Ilva “ridisegnata” dovrebbe puntare a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Quali sono, però, i problemi di una transizione di dieci anni? Le fonti sindacali li riassumono così ad AGI.

Anzitutto i soldi. «Dismettere nell’arco di dieci anni il ciclo integrale e puntare tutto sull’idrogeno, richiede investimenti per 4,7 miliardi. Per i sindacati, oggi «è emerso chiaro che questi soldi vanno trovati perché in Acciaierie d’Italia non c’è un privato che mette li metta, visto che la corporate ArcelorMittal ha fatto uscire dal perimetro del gruppo, attraverso il deconsolidamento, la parte italiana». 

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