Francesco Grillo sul Messaggero scrive che è quella dello Stato «la madre di tutte le riforme di cui dovrà occuparsi il governo Draghi. È questa la modernizzazione da cui dipende – per intero – l’ultima possibilità di salvarci. Riforma di uno Stato concepito nell’Ottocento da Weber e che poco assomiglia a quello nel quale vivremo quando le due transizioni – digitale ed ecologica – saranno compiute».
«Due, in particolare, sono i motivi che portano a ritenere urgente una ristrutturazione del modo stesso di lavorare delle istituzioni: cognitivo, perché continuando ad affidarci solo sulla somma delle competenze degli esperti (come abbiamo fatto con la pandemia) continua a sfuggirci la natura dei problemi e, dunque, le possibili soluzioni; amministrativo, perché se per fornire un qualsiasi servizio abbiamo bisogno di cento adempimenti, il risultato finale si allineerà ai tempi del soggetto che evade il proprio con minore efficienza».
«Il senso del nostro tempo è che Internet sta connettendo linguaggi e specializzazioni tra di loro diverse, sta rendendo le questioni irrisolvibili se diverse competenze non trovano un modo di lavorare insieme».
«La transizione digitale ed ecologica sono esempi evidenti di politiche di trasformazione di un intero sistema economico e politico che non possono, neppure, cominciare se rischiano di essere fermate perché abbiamo perso un’autorizzazione lungo la strada. Vanno concepite differenziandole per singolo territorio – le priorità verdi di Roma non sono quelle di Milano – e integrando le due trasformazioni tra di loro».
«La riforma dello Stato si pone rispetto al Recovery Plan in rapporto di reciproca necessità: da essa gli investimenti sono abilitati e, viceversa, quegli investimenti trovano senso in questa riforma. Giusta, dunque, l’idea di ripensare la struttura stessa del governo e, tuttavia, molta strada rimane da fare nei palazzi che i piemontesi ristrutturarono centocinquanta anni fa a Roma».








